Sexta-feira, Março 30, 2007

amarecorde

La gente non se ne rende ancora conto. Sappiamo solo che ci sentiamo deboli, ma quando possiamo controllare gli altri stiamo meglio. Non riusciamo però a capire il prezzo che pagano coloro che ci circondano per questa nostra sensazione di benessere: in pratica noi rubiamo la loro energia. La maggior parte delle persone trascorre la propria esistenza alla ricerca dell'energia altrui." La profezia di celestino

“d'aprile non ti scoprire, di maggio vai adagio, di giugno cavati il cuticugno (soprabito)…” ogni volta che sta per arrivare aprile mi ripeto nella testa come in una litania infinita queste parole che ripeteva mia madre qualche anno addietro, quando i mulini erano bianchi, le stagioni non erano mozzate e io ero qualche centimetro indietro sia nel corpo che nel cuore. mi ripeteva ‘sta cosa ad aprile magari in occasione di qualche gita scolastica con la maestra rosa: mi esortava a non spogliarmi se ero sudata e a non prendere il sole per evitare insolazioni, colpi d’aria e colpi di testa insomma le raccomandazioni solite delle mamme oltre a quella fondamentale di non rimanere incinta, mia mamma era all'avanguardia. per fortuna allora ero morigerata, credevo in dio e nel matrimonio. volevo due bambini, un maschio e una femmina: nichole e olivier. chissà perché due figlioli con nomi francesi. pensavo che sarei diventata “qualcuno” quando ero piccola. dopo un primo momento di sbandamento, verso i sei anni, in cui volevo essere come mariuccia la parrucchiera di mia madre o come mia zia che faceva la hostess per l’alitalia, ho cominciato a sognare gli agnelli: mi addormentavo serena la sera anche se non eran ancora pecore. volevo diventare una manager rampante e spietata, mi colpì la morte della bellisario che stimavo e onoravo ed era incorniciata in camera mia insieme alla foto dell’avvocato, alla carta intestata del partito socialista firmata nientepopodimeno che da craxi, alla foto di hitler e alla scritta sul muro “late biòsas”. a otto anni, pagavo mia madre. mi ero fatta artigianalmente un libretto degli assegni personale con fogli rosa pallido spillato di lato: le lasciavo la mattina gli assegni per farla contenta e per arrotondare il budget familiare, pensavo io. aveva grandi speranze per quella figliola strana che scriveva sui muri, disegnava in silenzio, parlava solo per sentenze, ascoltava tutti e aveva manie di grandezza. le dicevo che l’avrei portata in giro per il mondo, le dicevo che con i soldi avremmo risolto tutto e ero ancora lontana dal capire che coi soldi non si compra né la felicità né le persone né tantomeno un posto al sole all’interno di se stessi. non so a cosa fosse dovuta questa mia mania, forse era rivalsa per i miei due genitori così generosi e idealisti che erano scappati da tutto e da tutti per il loro sogno d’amore non piegandosi mai a nessuno ma soprattutto non vendendosi mai. o forse era solo un prendere le distanze da una madre che si preoccupava per tutti, che c’era per tutti e che malgrado tutto si faceva in quattro rimanendo sempre dimezzata nell’animo e nel cuore. pian piano tutti i miti che erano appesi in camera mia son caduti, gli agnelli, craxi, hitler e la sua follia, così come i miei sogni balzani sull’imprenditoria e sulla spietatezza, sulla rivalsa e sulla disumanità. m’accorgo a volte che passano gli anni (ma otto son lunghi però quel ragazzo ne ha fatta di strada) e pur essendo diverse son sempre più uguale a mia madre e quei vortici in cui cadeva lei spompandosi e facendosi succhiare tutte le energie sono il mio pane quotidiano. mi ripeto le parole della profezia di celestino che mi disse dieci anni fa leonardo: esistono spiriti vampiri, gente che ti ruota intorno solo per impossessarti della tua forza, gente che vive e brilla della tua luce, gente che ti fa del male perché si adagia anima e corpo su di te. non so se quegli spiriti esistano, non ho la certezza. so che alle volte mi sento più svuotata del normale. ieri parlando della mia grafia è venuto fuori che il fatto che sia perfetta è perchè voglio celarmi, sembra quasi che voglia nascondermi. e allora mi torna alla mente quella frase che inconsapevolmente scrissi sul muro della mia camera un pomeriggio che il greco non andava né su né giù: late biòsas. “vivi nascosto”, solo nascondendo una parte di me posso preservarla e difenderla. solo celando certe parti di me, posso nascondere quelle fragilità che ancora oggi non riesco a combattere. solo che alle volte nascondo così bene che poi valle a ritrovare le cose!

Quinta-feira, Março 22, 2007

piccoli intrusi

la cosa bella del mio palazzo, oltre alle due portiere che ti snobbano neanche fossero lapo elkan coi pantaloni a sigaretta e la felpa fiat e al cancello super automatizzato che devi scender dalla macchina per aprirlo e ridiscendere per richiuderlo, è che i cassonetti dell’immondizia sono a tre isolati di distanza, all’incirca vicino agli studios di cinecittà dove passa tutta la “monnezza” televisiva e non. quasi sempre cerco di tenere l’immondizia a casa finchè il sacchetto non straborda che quasi lo senti lamentarsi e in ginocchio chiedere pietà. quando vedo che le mosche cominciano a girargli intorno come condor sulla carogna di qualche animale come si vedeva nei film di sergio leone, allora mi armo di santa pazienza e decido che è il caso di preparare lo spirito, il corpo e la mente alla conquista del cassonetto. per non affaticarmi troppo cerco di sfruttare la giornata in cui esco in macchina in modo da portare con me la bustona senza problemi. la carico sul sedile del passeggero, le metto la cintura per far si che alla prima curva sotto casa che di solito prendo su una ruota, quella sinistra, non si rovesci tutta facendo cadere tutto il pattume accumulato, i residui di uova marce, i pannolini del mese in corso, le bucce di banana imputridite e nere, le innumerevoli cose andate al male in frigo e qualche frutto che, non essendo più quelli di una volta come le stagioni, marciscono solo a guardarli figurarsi a non accorgersi neanche della loro presenza.
ora, non so se per un inizio di morbo di alzhaimer o se per lo stress come dicon tutti, o forse per quell’anemia che il più delle volte mi fa desiderare di andare a dormire non appena mi alzo dal letto, fatto sta che il mio cervello di trentottenne non reagisce più come una volta e sta cominciando a dare i primi segni di demenza senile accelerata tanto che non ricordo più, in ordine sparso, ricorrenze, appuntamenti, cose pensate, cose dette, cose immaginate, non ricordo più le tabelline (ma forse quelle non le ho mai imparate) e, last but not least, non trattengo un’informazione neanche appiccicando i neuroni tra di loro con la migliore colla a caldo. diciamo che ultimamente ho l’aria svagata, l’occhio assente ma soprattutto un prontuario medico da far invidia al peggior ipocondriaco della terra. in poche parole portare l’immondizia al cassonetto è l’ultimo dei miei problemi, portarla a spasso per roma pare invece sia diventato il mio passatempo preferito e il mio svago più grande. infatti nel momento in cui carico il sacchetto nella macchina legandolo con la cintura, richiudo la portiera e mi dirigo dalla parte del guidatore per mettere in moto la macchina, alla velocità della luce macpitrecubico ho già dimenticato quel passeggero così ingombrante ma soprattutto così puteolento. aggiungendo poi che il mio cervello viene distratto dall'impegno gravoso di aprire e richiudere il cancello, mi ritrovo il più delle volte a saltare i cassonetti di tre isolati più in là, quelli di cinque isolati più in là, di sette isolati più in là. se mi va bene, cioè quando l’odore di putrido mi fa tornare in me, lascio il sacchetto in un altro quartiere. il top l'ho raggiunto l’altro giorno che ho fatto varie commissioni con il sacchetto diligentemente al suo posto a farmi compagnia. solo quando sono scesa per l’ultimo compito mi ha chiesto se potevo lasciargli accesa l'autoradio. gli ho messo rmc, l’ho chiuso dentro e lui tutto soddisfatto canticchiava “ti regalerò una rosa..”. ho pensato che un sacchetto dell’immondizia in macchina è meglio di un cane: non sporca, lo porti giù quando vuoi, tiene lontano i ladri ma soprattutto gli animalisti non posson blaterare se lo lascio chiuso in macchina sotto il sole per ore!

Quinta-feira, Março 08, 2007

dio e altre catastrofi

ho perso la fede che avevo una decina d'anni o poco più. provengo da un'antica famiglia di grandi bestemmiatori e di accaniti fumatori. malgrado questo, forse per reazione, da bambina che ero già alta come la maestra rosa ero molto credente e non fumavo. frequentavo l'oratorio dove giocavo a pallone e tiravo di quei calci da spaccar le gambe, avevo un rosario fosforescente appeso vicino al letto e una bibbia tutta disegnata a colori che allora guardavo solo le figure e non ero una gran lettrice. facevo catechismo ogni giovedì e mi preparavo per quella che era la mia prima comunione, sapevo tutto di gesù, della sua madre madonna che ancora non cantava, di parabole anche se ancora sky era in fieri nel mondo delle idee di murdoch. mia madre bestemmiava per questa mia fede ma dentro credo ammirasse quella figliola così strana che amava dio nonostante le grandi tradizioni di famiglia. forse le ricordavo un po' lei che a sei anni voleva convertire il diavolo e aspettava il momento di vederselo sull'altare, per parlarci e farlo passare dalla parte dei buoni, povero diavolo. ho perso la fede suppergiù quando successe un fatto che sconvolse l'italia, alfredino si chiamava quel bimbo lì chiuso nel pozzo per giorni e giorni: mi ricordo la mia prima nottata in bianco, la tivvù con la prima diretta notturna, i primi scoop da grande fratello e televisone del dolore, pertini che faceva il presidente buono e bruno vespa ancora senza tanti nei anche perchè i pixel della tivvù rimandavano solo immagini mezze sbiadite e poco colorate. vivemmo tutti quella tragedia impotenti, atterriti, esterrefatti per questo spettacolo disumano, crudele, meschino, cattivo, senza senso che ancora non c'era vasco rossi a cercarlo per noi. immaginavo quel bimbetto solo con se stesso, senza sua madre a tenergli compagnia, senza possibilità di uscita, al buio in quell'antro costretto e ristretto, scene e immagini raccapriccianti che non si spiegano. ricordo mia madre che bestemmiava quella notte lì e mio padre che fumava. ogni tanto si davan il cambio come nelle partite di calcio. nel frattempo io ho cominciato ad articolare i miei primi pensieri da adulta: perchè fu la prima domanda, perchè quello che doveva esser un "dio buono" (e non è una bestemmia) faceva accadere tutto questo a un esserino come me. non mi davo pace e cercavo risposte, con gli anni ho scoperto che il vento ne raccoglie tante. ho chiesto a mia madre, abbiam parlato giorni e ore senza interruzione, forse qualcuna solo per svuotare i posaceneri dalla finestra. chiedevo a scuola e alle altre bambine. chiedevo alla maestra rosa che non mi dava grandi certezze se non "da grande capirai". la mia ricerca continua finì con l'unico che poteva darmi delle risposte sicure, colui che era in contatto diretto e che aveva il cellulare personale di dio: cioè il mio prete, quello del catechismo. "dio è sceso sulla terra per prender con sè le anime più innocenti" mi rispose quel domenicano lì con la faccia rossa, i sandali anche d'inverno e le mani sudaticce. non mi convinse, che i bambini sembran stupidi ma ce ne vuole per persuaderli. sentii dentro un moto di rabbia: credo che quello fu il primo "vaffanculo" della mia vita mia e la mia prima giornata da atea. ancora oggi io e dio non ci parliamo per la storia di alfredino e per certe altre questioni burocratiche e logistiche, però io ci spero sempre che ogni tanto al posto di due o tre anime innocenti si prenda l'anima di qualche "sgarrupato".