L'organizzazione è sempre stato il mio forte. Sabato avevo preparato tutto: preso il libretto degli assegni, riunito le persone per un aiuto concreto e soprattutto di fatica, prenotato il camion per il trasporto e ordinato il benedetto materasso in vero poliuretano espanso che non so che sia ma mi sa tanto di quella roba con dentro l' uranio così impoverito da provocare piogge acide e falle in ozoni bucati. Scendo nel raparto consegna merci di ikea al piano meno due. Ho il numero 178 e noto che ho appena una quarantina di persone davanti. Mi siedo su delle panche tipo stazione anni quaranta e nell'attesa comincio a immaginare il mio materasso e a fare progetti e a organizzare le persone: tu a destra, tu reggi a sinistra, io lo faccio entrare dal portellone e così via. L'ansia mi cresce addosso come decrescono le persone che mi precedono.
Passa più di mezz'ora e mancano due o tre persone. Ho i nervi a fior di pelle che non mi contiene neanche più tra l'altro. Già me lo vedo arrivare questo materasso unoeottanta per due nuovo di zecca e pezzo pregiatissimo sul quale schiaccerò i miei mejo sonni. Tra una fantasia e l'altra sento bippare il marchingegno e vedo il mio numero sullo schermo. Neanche avessi vinto la cinquina al bingo di piazza re di roma mi alzo in piedi e grido: ce l'ho! M'avvicino al bancone e cerco con lo sguardo qualcosa di molto grosso che abbia le fattezze di un materasso svedese biondo con gli occhi azzurri. Mi consegnano in mano qualcosa tipo un canavaccio da cucina. Penso subito ad un errore e l'addetto mi dice che quello è il modello che ho scelto. Mi consegna soddisfatto anche una busta chiusa contenente la garanzia. La tenga da conto, mi dice. Con aria sconsolata prendo la garanzia e questo cuscinetto in mano. Disdico il furgone e saluto le persone che avevo riunito per farmi aiutare. Prendo la strada di casa e porto su il materasso con tale agilità che neanche ai tempi del liceo durante le partite di pallavolo maschi contro femmine. Leggo le istruzioni del materasso e scopro che si ingrosserà in quattro o cinque giorni. Al momento non capisco perché ho speso così tanti soldi per un materassino che a ostia te li tirano dietro a due lire, specie durante l'inverno. Poi do fiducia a 'sti svedesi e adagio il materasso sul letto. Quello comincia a gonfiarsi neanche fosse blob il fluido che uccide. Io nel frattempo caccio un urlo neanche avessi visto l'ectoplasma di padrepio vestito da cowboy al ballo delle debuttanti. Il materasso si triplica e poi si quadruplica a dismisura. Invade la camera e poi a poco a poco tutta casa. Io con atteggiamento da vero uomo scappo via in cerca di aiuto. Ritorno poco dopo con qualche persona che calmi il materasso. Lo trovo. Lo trovo seduto sul divano che si guarda Biutiful. Una birretta nella mano destra, un salatino nell'altra. Mi saluta a mezza bocca. Anzi mi fa cenno di non disturbare. Pare che Rigge sia il padre vero del figlio di Bruk. Nel bel mezzo di questo momento topico, chiudo la porta alle mie spalle e mestamente me ne torno al lavoro. Stasera non so che fare e non so dove dormire. Forse dovrei trovargli una compagna?
Wednesday, December 15, 2004
Saturday, December 11, 2004
GrandeMente MarieMarion!
"...Avevamo un sogno che si chiamava Basaglia
che non ha mai parlato di abbandonare i malati mentali alle famiglie disperate
avevamo un sogno che si chiamava lavoro
nessuno ha mai parlato di arroccarlo nel castello dei Privilegi escludendo tutti gli altri
avevamo un sogno che si chiamava sana imprenditoria
nessuno ha mai ingiunto di criminalizzare chiunque osasse mettersi in proprio
avevamo un sogno che si chiamava istruzione pubblica
nessuno ha mai scambiato l'istruzione con i troll firmati
avevamo un sogno che si chiamava Democrazia
nessuno ha mai insegnato che essa esiste in quanto impone il rispetto da tutti verso tutti
avevamo un sogno che si chiamava libertà
qualcuno sa che essere liberi significa che il proprio diritto finisce laddove comincia il diritto altrui?
Ma di più
avevamo un sogno che si chiamava lotta
ed è scritto nei cromosomi di ogni cittadino del mondo
appagare gratuitamente il senso della lotta significa
questo sì cittadino Pezzotta
impigrire e rassegnare relegare nel limbo della nonvitamorire da vivi.
Avete voluto il branco uniformato?
presto ne pagherete le conseguenze.
Noi
i pazzi del libero pensiero
il nostro cervello non l'avrete
no".
Tuesday, December 07, 2004
E stasera sera dò a lavare il mio vestito per l'amore.
Sono un muratore provetto. Chiedetemi tutto: un soffitto blu cobalto costa una trentina d'euro di tinta che devi far fare scegliendo accuratamente i pantoni. Ma costa soprattutto una fatica immane spatolare su e giù con la pennellessa e per di più con la cervicale che si lamenta e mi tiene il muso tutta la sera, tanto che più volte io e la cervicale ci siamo chieste come abbia fatto Michelangelo a pitturare certe chiese senza neanche lamentarsi una volta. Le pareti costano 15 litri di bianco lavabile e traspirante chè loro ci tengono all'ecologia e mi sa che sono pure dei verdi. Però costa anche tanta fatica il giorno dopo pulirle con la spatolina se ti sei scordato di metter per terra dei giornali. Il trapano a punta larga buca le mattonelle che è una bellezza. A patto che tu riesca a fare i buchi sulla stessa linea. Altrimenti potresti ritrovarti uno specchio che pende e ogni volta che ti guardi le possibilità sono due: o speri di diventare zoppo o ti specchi con una scarpa si e l'altra no. Pulire i pavimenti è proprio un lavoro massacrante, non parliamo poi dello zoccoletto che per fortuna è maschio, sennò chi se la sente! Il classico del muratore provetto è il panino con la mortadella, che se non è accompagnato dalla birretta perché si è astemi, ti si ripropone ogni quarto d'ora finchè non te ne torni a casa talmente stanco che non senti né più lo stomaco né più le gambe e neanche la tua vicina che ti chiede che ore sono. Oggi più che mai sono convinta che a ciascuno vada il suo mestiere. Il muratore ai muri. Il pittore ai quadri. Il calciatore sui campi con l'agricoltore. La maestra a scuola. L'amante nell'armadio insieme alle mutande buone e alla naftalina. Il fabbro ai suoi ferri come il chirurgo. Quello che non capisco però è come mai le Lecciso sono in tivvù e non sulla strada vicino a quei lampioni illuminati?
Quanti punti fa l'autostima al superenalotto?
Ieri sera la prima seduta di psicoterapia collettiva. Un sacco di gente nuova. Occhi puntati ognuno sull'altro. Sguardi interrogativi. Braccia conserte. Accavallamento delle gambe come in segno di difesa. Tutti in circolo come gli indiani intorno al kalumè della pace. Mi sentivo tanto Abby di Er che cerca di prendere la laurea senza neanche i punti miralanza. Si parlava di autostima, nella seduta di ieri. Non ho seguito granchè. Ho pensato subito di stimarmi moltissimo e di non aver bisogno dei consigli di nessuno, neanche gratis. A poco a poco il mio atteggiamento però è cambiato. Credo sia importante darsi una possibilità e non chiudersi a riccio solo perché si ha paura di aprirsi o di trovarsi dentro cose che potrebbero fare male. Così alla fine ho scoperto tanto di me: ho scoperto che nella lista dei punti sull'autostima posseggo troppo di una persona che si stima ma anche troppo di una persona che ha una bassa considerazione di sé. E ora non so come conciliare il tutto tanto che al bar oggi non sapevo neanche come comportarmi con clara. Ho scoperto che non riesco a fare le visite guidate con cicerone dentro me stessa perché non riesco a chiudere gli occhi di fronte agli estranei e a lasciarmi andare rilassandomi. Ho scoperto che la gente invece si lascia andare benissimo ed è un piacere guardarla di nascosto e giudicarla anche e magari sghignazzare sotto i baffi. Ma la cosa più importantante che ho scoperto è che non ho mai un foglio e una penna a portata di mano. Il venti ci sarà la prossima riunione. Credo che andrò già mangiata. O forse porto la penna, la carta e anche pane e mortadella. Hai visto mai.
Monday, December 06, 2004
Nonsense.
Oggi non so se sono felice o triste. Nell'incertezza propendo per l'essere triste chè fa sempre pandant!
Wednesday, December 01, 2004
Saturday, November 20, 2004
L'amara storia di una placca di pus.
io e la mia placca in gola siamo una cosa sola. ci vogliam bene come due sorelle. lei sta lí che rimane attaccata a me anche nei momenti piú difficili. quando sto male è sempre presente. e non mi fa mancare niente. mi porta il brodino caldo e mi misura la febbre ogni tre minuti, che poi lo sa che è la mia gioia sapere che sono influenzata. ogni tanto la mando al sidis a fare la spesa e mi sa che fa pure fa la cresta per spedire i soldi ai negretti del terzo mondo e giocare al lotto insieme a franca. oggi ha speso per esempio quarantanove euro tondi tondi e mi ha riportato a casa solo due buste di cose inutili. s'è comprata addirittura lo spazzolino nuovo per i denti e novella duemila perché voleva sapere di bettarini e della ventura. mi sa che la mia placca è un po' pettegola. sa i cavoli di tutti gli inquilini della palazzina. sa addirittura che hanno anche occupato l'appartamento della vecchia del quinto piano morta due settimane fa. pare che lo volesse far prendere a un suo parente ballerino albanese ma poi alla fine lui ci ha rinunciato e ha ripiegato su una roulotte con giardino al settimo ponte. ieri siamo uscite insieme e debbo dire che lei fa sempre la sua porca figura: tutti che le chiedono come sta e io passo sempre inosservata. devo ammattere che un po' mi rode ma il piú delle volte me ne faccio una ragione. insomma, non per fare i conti della serva, ma pago sempre io per lei, senza aggiungere quel che mi costa di propoli spray, di propoliurto, di vitamina c, di pasticche balsamiche con dentro ogni ben diddio compresa la pepata di cozze e vongole e la zuppa del casale. credo che un minimo di attenzione la si debba riservare anche a me, o no? ma sai che nuova c'è: io stasera non so se me la porto in giro. lei vuol rimanere a casa a vedere uomini e donne ma da elena c'è la gara di trivial che vinco sempre qualche laurea e mi sento tanto dottoressa. e se lei non vuol venire, 'sti cavoli. mica siamo come i carabinieri!
Non mi va di finire il post.
un mostro si sarebbe sentito meglio di me. ero lá assorta al semaforo rosso e mi giro a guardare un bambino col suo papá su un vespino d'epoca. non so perché quell'immagine mi ha fatto una grande tenerezza e cosí ho fatto al bambino un bel sorrisone di quelli che ti scoprono anche le gengive arrossate. il bimbetto s'è girato dalla parte opposta come se lo avessi scocciato. poi si è girato di nuovo verso di me e mi ha guardato male. sono ripartita e non ci ho badato piú di tanto, finché al semaforo successivo m'accorgo che in un taxi c'era una bimbetta in braccio alla sua mamma. mi ha guardato la bambina e io di nuovo col cuore aperto e la mano tesa gli ho sorriso senza arrivare stavolta a scoprire le gengive. niente da fare. per tutta risposta mi son beccata due occhi d'odio misto a paura. ho cominciato a riflettere su questa cosa. anche se in un primo momento ho imputato questa reazione cosí strana a qualcosa di particolare sulla mia faccia, che so macchie di vaiolo spuntate dopo il viaggio a tagliacozzo o una forma fulminante di herpes zoster dovuto a quelle sette salsicce mangiate l'altra sera alla sagra del maiale e della pecora a vetralla. appurato che la mia faccia è sempre la stessa e non ha neanche mezzo brufolo, ho dovuto concludere altro: che non ci fossero piú le mezze stagioni mi sembra stabilito anche dall'associazione dei tronisti di maria de filippi; che i neri non ballano solo il tip tap pur avendo il ritmo nel sangue non fa piú notizia neanche in padania come non scuce il benché minimo stupore che qui intorno fino a qualche tempo fa fosse tutta campagna e che i mulini girassero a vento malgrado don chiscotte fosse in altre faccende affaccendato. l'altro a cui sono arrivata dopo il mio incontro/scontro con quei ragazzini è che i bambini vanno in giro con delle facce cosí depresse e torve che neanche il mio commercialista ai tempi della visita della finanza. ma che ne so, io mi immagino i bambini come il fanciullino che mi porto dentro: allegri, spensierati, sorridenti, che fanno i pensieri piú strampalati e disegni colorati e immaginano animali e cose solo guardando una nuvola in cielo. quelli che vedo in giro mi mettono a disagio. mi impauriscono per la loro freddezza, per quegli occhi cosí determinati. per quell'aria di sufficienza e quell'essere scostanti e seri e padroni del mondo giá da piccolini. ho paura perché saranno padroni del domani, anche del mio domani: saranno il futuro medico che mi curerá l'alopecia o il ginocchio della lavandaia, la sciampista che mi laverá i capelli bianchi azzurri, il veterinario che si occuperá del mio cane cieco o la cameriera che mi servirá un piatto caldo al ristorante, il politico a cui daró il mio voto o il prete che dará a me l'estrema unzione. e ho il terrore di finire in mano loro. che poi, mi chiedo, se uno perde il gusto della vita e del gioco giá da piccolo, ma che campa a fare. non so chi dice che l'ironia è il sale della vita: possibile si mangi sciapo giá da piccoli?
Saturday, November 13, 2004
La mia vicina s'è sentita male stanotte.
bum bum e non ci capisco un cavolo. bum bum sento che battono alla porta. bum bum realizzo che qualcuno mi sta chiamando. corro, giro la chiave ché di solito son sempre quelle due o tre mandate. la vedo. capelli dritti in testa da piega di cuscino. aria emaciata e sofferente. mani giunte sullo stomaco. alito pensante, quasi acido. m'arrabbio per un secondo. ma poi mi fa tenerezza. si sente male e vuole correre al pronto soccorso. le serve un passaggio. io non ho la macchina. ma ci pensiamo dopo. la faccio sedere sul divano. è piú piccola di quello che ricordavo e anche piú invadente. le chiedo cosa si sente. un malessere generale risponde a mezza bocca. le chiedo dove le fa male questo malessere generale. dice la pancia, lo stomaco, il cuore, la testa. un cesso, le ribatto io per cercare di tirarla su. lei non si tira su anzi è piuttosto depressa. non sono un medico e non so che fare. le chiedo se vuole rimettere. le chiedo se ha l'apparecchio per la pressione, se si tratta di influenza, se soffre di calcoli, se è andata in bagno la mattina, se il marito la tradisce. cerco di distrarla in ogni modo e soprattutto di avere una voce rassicurante per quanto uno possa essere rassicurante alle tre di notte dopo esser stato svegliato di soprassalto nel bel mezzo della fase rem. mi sento tanto il dottor carter di ER e credo che in ognuno di noi alberghi il sogno di giocare al dottore, di inseguire un'autoambulanza che corre a sirene spiegate e di vincere al lotto senza aver giocato. continuo a farle domande ché mi sto pure spazientendo. le chiedo se vuole un bicchierino di porto. magari digerisce. a casa ho solo quello che mi hanno regalato a un natale insieme alla classica colomba mandorlata. che tirchi. mi dice che un pezzetto di colomba le andrebbe. ma poi sento che sta per sentirsi male al solo pensiero di ingerire cibo. capisco che il problema è lo stomaco. le chiedo se ha preso freddo. se ha mangiato le cozze. se ha i vermi e se ha fatto la sverminazione. lei accenna un sorriso. patch adams sarebbe contento di me e pure robbin uilliams. le chiedo se vuole una camomilla. dice di no. per fortuna perché non ce l'ho. le chiedo se vuole un bicchiere d'acqua calda che rilassa i muscoli e aiuta la digestione. lei accenna a qualcosa con la bocca. non capisco che tra l'altro con l'etá sto diventando anche sorda. le faccio ripetere ció che ha detto. Canarino è l'unica parola che riesce a dire. neanche fosse un pappagallo. corro subito in cucina. ho dei limoni quasi verdi muffa che non sapevo che farci e comincio a scaldare l'acqua e a gettarci scorze di buccia all'impazzata. faccio bollire 'sto bibitone che mi sento magamagó. appena freddo lei lo beve tutto d'un fiato. apro la finestra per lasciar passare un alito d'aria. i malati han bisogno d'aria fresca: aiuta il rigor mortis. vado in bagno a rifarmi il trucco. torno e non trovo la trovo piú. credo abbia preso il volo. sará stato per quelle scorze di troppo nel canarino?
Visto da qui.
quando non ho niente da fare mi metto in finestra. guardo fuori e passo il tempo. in finestra puoi conoscere la vita delle persone. chi stende i panni puliti giá alle otto di mattina e chi li ritira poco dopo. chi porta il cane a spasso e chi il pupo in giro. ogni tanto qualcuno mi guarda e mi saluta e io faccio sempre finta di essere indaffarata. sgrullo la tovaglia della sera o cerco con lo sguardo qualcuno che mi ha citofonato. i ragazzi alla panchina parlano della roma e della lazio, ruttano quasi come me e fumano ogni genere di cose comprese le radici dell'albero dove fa i bisogni il cane del marana. le ragazzine cominciano a sculettare presto. sono bambine che ho visto crescere: oggi sono donne in miniatura tutte cellulari e gridolini isterici. i piccoletti ti chiedono sempre che ore sono. maria si ferma e parla del marito che non c'è piú e per fortuna, dice lei: la picchiava col giornale come faceva con rocki, il loro cane. maria pesa quasi cento chili. va in giro con lo stesso vestito a fiori d'estate e d'inverno. credo sia povera. o forse solo pigra. poi c'è anna che lavora alla mensa e ha un figlio che starei ore a guardarlo. lui è fidanzato a casa, è un bravo ragazzo e pure fedele. cosí mi rifaccio con un tipaccio che sembra bukowski. è un po' sdendato e quando chiama il figlio lo senti a tre portoni di distanza. non so cosa faccia nella vita. forse lavora di notte o forse lo mantiene la moglie che fa le pulizie da ikea. lo guardo e lo trovo un tipo tosto, un duro che, ogni volta che mi saluta, io arrossisco. è un onore essere salutati da lui. e anche dal mandingo, il ras del quartiere. passa un sacco di vita qua sotto: donne incinte che sperano nel contributo dello stato. uomini allegri senza speranza. drogati o solo emarginati. ladri e guardie. vittorio poi è tutto un programma. mi chiama da sotto e mi parla di ciclismo e di coppi e bartali e tra un ricordo e l'altro mi chiede sempre una sigaretta. faccio carte false per rimediargliela. io che neanche fumo. poi c'è franca la vicina che sta sempre all'erta e sa tutto di tutti. lei peró non s'impiccia. qui c'è ancora questa regola. maura strilla e sbraita. ha gli occhi storti e sembra la figlia del conte mascetti. mi dá pena guardarla. mi chiede della garbatella lei che non è stata neanche a ostia. crede che la vita sia fuori da questo posto. chi glielo spiega che la vita è dentro di noi? il pezzo forte è patrizia. saluta tutti ma disprezza tutti. credo sia una balorda. se a natale le mandano la tredicesima si comprerá la lavatrice. chiede sempre qualcosa a qualcuno compresa me. una volta lo yogurt per il pupo, una volta l'aglio, una volta i punti della spesa, una volta dieci euro. lo fa con nochalance. e tu rimani lí come un ebete e mentre pensi non sai cosa risponderle. di solito faccio finta che squilla il telefono e poi a fine giornata faccio i conti di quanto ho perso stando affacciata. o quanto ho guadagnato. dipende dai punti di vista.
Wednesday, November 10, 2004
Mi hai ispirato un post.
Andavo di corsa stamattina ma due chiacchiere con la portiera ce le ho scambiate. Poverina, mi sembra così sola. È dura la vita che fa. Io mi sento una regina al suo confronto. Lei viene da qualche paese della polonia che già solo la parola mi fa intirrizzire dal freddo e mi darei fuoco all'istante. M'ha sconcertato che, neanche mi sono fermata, ha incominciato con tutta una trafila di lamentele sul governo e su berlusconi che ha rovinato l'italia e sulla legge dell'immigrazione che è ingiusta e che si stava meglio quando si stava peggio (pensavo che 'sta cosa fosse tipicamente italiana) e poi ha aggiunto anche tutta una solfa sul buco dell'ozono e che non esistono più le mezze stagioni e che con l'inverno lei si gela e scricchiola tutta. Tra me e me ho detto: ma perché questa qui non se ne torna al Paese suo, ma poi, a guardarla bene, m'ha fatto pena e ho cercato di farle vedere il bicchiere mezzo pieno; le ho detto che qui in Italia la gente è in fondo in fondo brava gente e le ho ricordato dei campi di concentramento che sarò pure ignorante ma mi sa che dalle sue parti ce ne sono molti e pure famosi. Le ho detto che bene o male qui il clima non è così rigido. Che in autunno roma è tutta uno spettacolo con colori che vanno dal rosa confetto al rosso aranciato e che a due metri abbiamo anche il mare, sporco ma pur sempre mare. Mi sentivo veramente come il dottorMorelli che ha una parola per tutti. Lei tuttavia è rimasta sulle sue: è proprio tutta d'un pezzo 'sta portiera qua. Boh, ho pensato, saranno questi qui del nord che non danno tanta confidenza. In mio salvataggio è arrivata una chiamata sul cellulare tanto più che la conversazione s'era fatta imbarazzante per via della mancanza di argomentazioni da contrapporre alle sue lamentele. Sono schizzata in macchina e, per paura di farle male, l'ho accostata delicatamente, la "portiera" polacca, ma lei non s'è scomposta. Anzi le piace molto il suo lavoro. Meglio che fare la ruota di scorta, ha aggiunto. E chi può darle torto?
Thursday, November 04, 2004
Il melone d'inverno: un zsucchero.
S'è squadrato mercurio. Dice mamma che entrerà anche marte in scorpione. E che ci saranno nuove energie. E così mi convinco che andrà tutto bene. E che avrò nuova forza. Mica capita tutti giorni che mercurio ti si squadra: è una di quelle occasioni che oggi ho messo su i calzini puliti. Che poi se proprio vogliamo andare ad analizzare non so neanche come sto. La prima sensazione è che mi sembra di galleggiare. Di non sentire niente. Di essere come quei pugili che hanno appena preso un gancio e che al centro del ring non sanno se le stelline che vedono sono il tilt del biliardino o i lampeggianti di qualche auto in doppia fila. Ho tremila e una sensazioni dentro, emozioni che s'alternano sulla mia faccia, sulla mia pelle, nei miei occhi con estrema velocità ma in modo causale. Ho pianto a La vita che vorrei. Ho riso per aver rubato un cero al cimitero. E pensavo alla faccia di mia nonna contenta per quel gesto e per aver ricevuto un candelotto sottratto alla statua di gesù. Provo rabbia e serenità nello stesso istante. Amore, odio, affetto, sincerità, orgoglio, saggezza, pazzia m'escono dal cuore in random, senza più filtri, senza trovare ragioni dettate dalla ragione. Ho chiuso con della gente. Penso che le nostre vite vadano avanti nonostante la nostra indole che rimane sempre quella, come la morale della Girella. Ci creiamo un Personaggio, ma poi alla fine siamo quel che siamo. Ci si modifica. Si cerca di imbellettarsi l'anima alla meno peggio. Ma nel profondo si rimane quel che si è. Sono persino serena in tutto questo. O comunque questa decisione fa parte della sensazione di galleggiamento. Quindi non so ancora come sto. Penso a quanto razionalmente si può padroneggiare se stessi, ma poi, in una giornata qualunque, qualcosa ti sfugge di mano e ti riveli per quello che sei sempre stato: un nessuno qualsiasi che s'arroga il diritto di entrare nelle vite delle persone con la grazia di un panzer faust ai tempi della guerra. Un nessuno qualsiasi. Potrebbe essere il titolo di questo post. Tra l'altro non posso non pensare alla Mazzantini. Non riuscivo a dormire, l'altra notte. Ho sfogliato, violentando me stessa, qualche pagina di Non ti muovere. E chi s'è mosso? Non mi sono scollata dall'idea che m'ero fatta: che porci, cani e nessuni qualsiasi scrivono libri e fanno film. E oggi sono sempre più convinta che andrò a piedi a Montichiari. E cercherò Aldo Busi per valli e per monti. E gli dirò quanto lo amo. E che è un Grande. E che fa bene a sentirsi un dio, Lui può. E che tra lo Scrivere e il vomitare parole alla rinfusa c'è una differenza abissale (ma Lui lo saprà già). E che i ragazzi non avendo più un background culturale di spessore ingurgitano qualsiasi cagata faccia moda, compresa la posologia dell'aspirinetta C e il libro che sto scrivendo a 6 mani con Franca la vicina e con Clara la barista su Penelope e il suo ragno che tessono tele di giorno e guardano la tele di notte. Credo che poi alla fin fine ognuno debba avere il posto che merita. Quindi la Mazzantini vicino al velodromo ce la vedo bene. Fatto sta che, a parte parlare di marti e di mercuri, di nessuni e di Grandi, non so bene il senso di queste parole. Non c'è un vero filo logico, come nella vita del resto. Ma son certa che dopo il libro su Penelope farò anche un film: pupa, vita e opere. Che dici: sarà un po' pretenzioso?
Tuesday, October 26, 2004
Una strana presenza.
Uno dei più grandi desideri della mia infanzia, dopo la piscina di vero cloro per barbie e ken, il 45 giri di nikka costa e il dolceforno, era il lavello d'acciaio. Il lavello d'acciaio era una di quelle modernità che ti sentivi ricco e famoso come nei telefilm. Ricordo che la domenica c'erano delle file lunghe chilometri a casa di Delia, la nostra vicina, per ammirare questo prodigio della cucina così strano e sfacciatamente luminoso. Io rimanevo estasiata e rifacevo sempre la fila due o tre volte, insieme ai parenti di frattamaggiore, neanche avessi di fronte la venere di Milo o la Nike di Samotracia. I figli di Delia facevano tutti gli smorfiosi con me. E io non potevo competer con loro se non sfoderando le mie doti d'affarista vendendo al cancello della palazzina fumetti, figurine doppie e oggetti che rubavo a mio padre (oggi te lo posso dire, papà: ti ho venduto anche quelle spille colorate con su scritto una roba strana tipo CCCP).
Qualche giorno fa una disgrazia a casa mia: il lavello di porcellana ha tirato gli ultimi. Mi ha mollato alle tre e mezzo di un venerdi notte allagando la cucina e parte del salone, facendo correre gli scarafaggi di qua e di là e soprattutto costringendomi a lavare per terra chè eran mesi che non lo facevo. Nonostante il danno, non so perché non ero molto arrabbiata: mi sono ricordata improvvisamente di quelle bellissime domeniche a casa di Delia e così ho avuto la brillantissima idea di coronare questo sogno segreto seppur alla veneranda età di qualche anno dopo. Ho girato in lungo e in largo in cerca di un lavello d'acciaio da incasso. L'ho trovato. L'ho ordinato e soprattutto ora lo posseggo. Ho chiamato subito Franca che, per l'occasione, si è portata dietro anche i suoi due cani ma non so perché mi ha guardato con aria preoccupata. Così, non paga della reazione di franca, ho invitato qualche amico a casa. Ho acceso tutte le luminarie più disparate. Ho comprato candele e candelotti che neanche a SantaMariainVia. Ho proiettato il faretto del quadro buono sul lavello e ho acceso anche la luce della cappa. Lui tutto felice ha fatto la sua porca figura. Ci sono stati complimenti a iosa da parte di tutti. Per la prima volta mi sentivo come Delia. La serata è stato un successone. Avevo i lacrimoni agli occhi. E il lavello mi guardava con aria soddisfatta. Il problema è stato il giorno dopo quando ho dovuto lavare i piatti: ho scoperto che un lavello in acciaio richiede una cura che neanche un figlio dai 0 a 12 anni. La prima sera ho passato più tempo ad asciugare tutte le goccioline dalla prima all'ultima che non a docciarmi, sistemare il letto, cucinare, mangiare e portare giù il cane della signora anna. Ogni movimento sbagliato in cucina, per Lui diventa una tragedia. Ti guarda con quell'aria severa e ti ammonisce se lo lasci senza cure. La mattina ho paura anche a farmi il caffè giacchè Lui è già pronto con i conti della spesa e la calcolatrice per sanare il bilancio della casa: dice che spendo troppo in saponi, pizza e in gas. Pare che ai suoi tempi i piatti si lavassero con l'acqua fredda e non capisce tutto questo spreco di acqua bollente. Non parliamo poi di quando devi scolare la pasta. Devi chiedergli l'autorizzazione a procedere, aprire l'acqua fredda per non sbollentarlo, non far arrivare le gocce bollenti sulle guarnizioni, sciacquare subito la vaschetta chè Lui è allergico anche all'amido della pasta. Un vero sacrificio. E pensare che uno dei miei più grandi desideri della mia infanzia, dopo la piscina di vero cloro per barbie, il 45 giri di nikka costa e il dolceforno, era il lavello d'acciaio. Non so se stasera mi va di affrontarlo. Sono molto restìa: e se gli portassi dei fiori?
Qualche giorno fa una disgrazia a casa mia: il lavello di porcellana ha tirato gli ultimi. Mi ha mollato alle tre e mezzo di un venerdi notte allagando la cucina e parte del salone, facendo correre gli scarafaggi di qua e di là e soprattutto costringendomi a lavare per terra chè eran mesi che non lo facevo. Nonostante il danno, non so perché non ero molto arrabbiata: mi sono ricordata improvvisamente di quelle bellissime domeniche a casa di Delia e così ho avuto la brillantissima idea di coronare questo sogno segreto seppur alla veneranda età di qualche anno dopo. Ho girato in lungo e in largo in cerca di un lavello d'acciaio da incasso. L'ho trovato. L'ho ordinato e soprattutto ora lo posseggo. Ho chiamato subito Franca che, per l'occasione, si è portata dietro anche i suoi due cani ma non so perché mi ha guardato con aria preoccupata. Così, non paga della reazione di franca, ho invitato qualche amico a casa. Ho acceso tutte le luminarie più disparate. Ho comprato candele e candelotti che neanche a SantaMariainVia. Ho proiettato il faretto del quadro buono sul lavello e ho acceso anche la luce della cappa. Lui tutto felice ha fatto la sua porca figura. Ci sono stati complimenti a iosa da parte di tutti. Per la prima volta mi sentivo come Delia. La serata è stato un successone. Avevo i lacrimoni agli occhi. E il lavello mi guardava con aria soddisfatta. Il problema è stato il giorno dopo quando ho dovuto lavare i piatti: ho scoperto che un lavello in acciaio richiede una cura che neanche un figlio dai 0 a 12 anni. La prima sera ho passato più tempo ad asciugare tutte le goccioline dalla prima all'ultima che non a docciarmi, sistemare il letto, cucinare, mangiare e portare giù il cane della signora anna. Ogni movimento sbagliato in cucina, per Lui diventa una tragedia. Ti guarda con quell'aria severa e ti ammonisce se lo lasci senza cure. La mattina ho paura anche a farmi il caffè giacchè Lui è già pronto con i conti della spesa e la calcolatrice per sanare il bilancio della casa: dice che spendo troppo in saponi, pizza e in gas. Pare che ai suoi tempi i piatti si lavassero con l'acqua fredda e non capisce tutto questo spreco di acqua bollente. Non parliamo poi di quando devi scolare la pasta. Devi chiedergli l'autorizzazione a procedere, aprire l'acqua fredda per non sbollentarlo, non far arrivare le gocce bollenti sulle guarnizioni, sciacquare subito la vaschetta chè Lui è allergico anche all'amido della pasta. Un vero sacrificio. E pensare che uno dei miei più grandi desideri della mia infanzia, dopo la piscina di vero cloro per barbie, il 45 giri di nikka costa e il dolceforno, era il lavello d'acciaio. Non so se stasera mi va di affrontarlo. Sono molto restìa: e se gli portassi dei fiori?
Saturday, October 23, 2004
dice..ma tu chi sei veramente?
E' ancora buio fuori. sono le sei e sono in piedi. esco a fare due passi: si fa per dire visto che prendo la macchina per sgranchirle un po' le ruote. mi dirigo verso l'autogrill per fare colazione; che poi colazione è una parola grossa: ho ancora tutto sullo stomaco, pranzo di ieri compreso. la cittá è giá in movimento e vista dall'alto dei pensieri sembra un grande formicaio dove tutti corrono chi di lá, chi di qua. il camion dell'immondizia che di solito sento sbuffare dal mio letto è giá qui fuori all'opera. mi chiedo cosa faccia tutta questa gente in giro a quest'ora del mattino. me lo chiedo e scordo subito la domanda. è ancora buio fuori. e ho ancora il buio dentro. il mio cappuccino è bollente. mi soffermo sui libri: i soliti cellofanati da classifica che stanno lí in bella mostra per essere distrattamente comprati da gente distratta. compro novella 2000 e Chi, il top delle letture da bagno. comincio la mia dose mattutina di starnuti che sembro un tubercoloso allo stadio finale. come al solito non ho mai abbastanza fazzoletti e finito quello che porto dietro (sempre lo stesso incartapecorito da anni) comincio a pulirmi il naso con la manica della maglietta, con la felpa e via via con tutto quello che mi trovo intorno spargendo, ad ogni fragoroso starnuto, bacilli e malattie come il santo padre dispensa con la mano saluti e benedizioni. mi sento tanto il papa! è ancora buio fuori. e in me non c'è luce. tu chi sei veramente è una domanda che è piú facile rispondere al telefono o al citofono. Elle scrive che le metto soggezione per via del mio essere saggia. io non so cosa sono. ogni giorno mi sveglio con un pensiero diverso. sará per via del buio? non sono saggia. non sono buona. non sono neanche cattiva. forse non sono niente ma con dei buoni propositi per costruirci sopra qualcosa. ho un sacco di difetti che cerco di nascondere dietro quest'aria da brava ragazza. ma non sono neanche una brava ragazza. il buio m'acceca. e mi vedo piena di paure e piena di problemi. mi mette a disagio la gente, per esempio. mi piace stare in gruppo ma mi piace stare sola. mi piace viaggiare ma non mi piace mettermi in viaggio. mi piace lavorare ma sto meglio se non lo faccio. e in questa schizofrenia dell'anima arrivi anche a chiederti tu chi sei veramente. non metto freni al mio essere. metto barriere nel farmi capire. e intanto uno spiraglio di luce s'è affacciato in questo cielo nuovoloso. ed è l'alba. meglio il tramonto, peró. i saggi veri ti dicono che le risposte arriveranno quando meno te lo aspetti. io non voglio nessuna risposta. e forse non voglio neanche sapere chi sono veramente. perché spiegare chi si è veramente è stoppare una crescita, fermare un processo di evoluzione e rinchiudersi dentro una categoria ben definita. dice...tu chi sei veramente. eccheneso! spiegamelo tu.
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