Tuesday, March 25, 2008

cronaca da un mondo nuovo



a venice ho comprato un paio di occhiali stile elvis a cinque dollari. poco, pochissimo. qui costa tutto troppo persino dai marocchini e dai cinesi. sono tornata da 24 ore. e un pezzo di cuore è rimasto in america tra la quinta e la broadway, tra coldwater e lauren canyon, tra le montagne rocciose viste dall'aereo e quella sediolina nella sala d'attesa del LAX dove ho potuto osservare capire comprendere amare questa terra. non si può non amare l'america. gli occhi buoni dei negri che ti ci perdi dentro quegli sguardi. la bellezza delle portoricane e delle messicane. l'ingenuità degli indigeni. i grattacieli che t'avvicinano a dio che gli sfiori quasi la barba. non si può non amare una terra che per sette dollari, dico sette non settemilioni, ti fa fare un giro tra le galassie seduto comodamente in poltrona con le stelle che ti si avvicinano e ti risucchiano e la sensazione di vuoto nello stomaco e la consapevolezza che tutto quello che passi giorno per giorno (il vicino che batte al muro alle sei del mattino, la scorrettezza di un sorpasso azzardato, l'astuzia becera di chi ti vuole fregare il fidanzato, il lavoro o peggio l'energia) diventa un granellino di sabbia in una distesa infinita. non puoi non amare questa gente che ti sorride sempre e ti chiede come stai e tu che ti senti piccolo e indifeso sembra che con quel sorriso riesci persino ad essere più forte e a far parte di qualcosa. come qui che ti senti parte ma parte di un nulla. loro sono così. impeccabili sul lavoro che non sgarrano di un secondo ma informali. li vedi in ciabatte e calzini, in scarpe antiche che da noi non le portano neanche quelli del terzo mondo, con jeans corti lunghi strappati ricuciti con orli fatti a mano, con pantaloni troppo larghi o troppo lunghi, con calze spaiate, colori abbinati alla bell'e meglio, camicie a quadretti su t shirts a strisce, se ne fregano loro. sanno il fatto loro e malgrado sia la terra dell'apparenza, gli americani nel loro intimo poco ci tengono all'apparenza. creano soldi. li realizzano anche dove non punteresti mezzo dollaro. utilizzano strutture obsolete per raggranellare dollari, milioni di dollari, e allora ti ritrovi negli universal studios, che con l'era del digitale non viene più utilizzato per le grandi produzioni, e sei lì seduto su un trenino a vedere il set dei film di john wayne o il set dello squalo e ti sembra di esser tornato a casa perchè tutto ti è così familiare e vicino che lo squalo quasi gli daresti un bacio. non puoi non amare questa terra che si è rialzata dopo "quella" catastrofe e continua ad andare avanti sputazzata da tutto il mondo persino da un'italia che nel mondo conta less than zero. e su quel ground zero ci stanno ricostruendo la vita senza mai dimenticare il senso di appartenenza senza dimenticare i morti ma sempre con lo sguardo in avanti, verso il futuro quel futuro che per sette dollari puoi toccare con mano dentro il griffith observatory. per il resto tutto è stato scritto meglio di me sull'america, tutto è stato detto, quello che mi rimane lo porto nel cuore negli occhi nei miei occhialetti da cinque dollars e nella speranza di ritornarci ma stavolta per sempre.

3 comments:

bea said...

Du' hora cià messo per aprirsi questo "comentàrio":(
Era solo per dirti che questo post è financo più affascinante di "Viaggio in Italia" di Goethe che manco m'aricordo più come si scriva:(
Non ho parole, non potevo non fregartelo:)
Ad maiora American Pupa, e Tributo al merito! :)

Anonymous said...

Bentornata ragazza!!!!!!
come va col fuso?
Simona

stefy said...

Leggendo le tue emozioni mi sembra di fare un salto nel passato...però le aragoste non c'erano a quel tempo a NY :-(
baciotti, STEFY!!