Saturday, June 25, 2005

Forza sette.

da quando vivo sola sto poco a casa. direi che pago l'affitto inutilmente visto che non arrivo mai prima dell'una, le due, le tre e riparto la mattina intorno alle otto, otto e mezzo massimo. penso che se avessi affittato un posto auto sarebbe stato meglio o anche se avessi diviso l'affitto con un vigile notturno che dorme di giorno e non c'è mai di notte avrei più soldi per andare a giocare a biliardo e alle slot machine da clara che ogni tanto si vince pure. quando rientro a casa mi sento sempre l'ombra di me stessa tanto che a volte mi volto per paura di essere seguita: esco dall'ascensore e guardo bene a destra e a sinistra come nei film americani che lassù al settimo piano chi mi sente visto che ho due vicini sordi e nani e la pellicciaia quasi cieca e col morbo di alzaimer?
entrando dalla porta poi non riconosco mai dove sono: nè la sala nè le pareti nè tantomeno gli odori. mi sento una sconosciuta dentro casa tanto che a volte per provare a me stessa che esisto, suono il campanello di casa e vado ad aprire la porta per vedere chi ha suonato. controllo così se ci sono o se sono solo un'illusione che vive una vita normale sul lavoro ma che poi sparisce nel nulla tornando a casa. dice che la casa è la proiezione di chi si è: io in questo periodo mi sento nessuno, se mi dice bene e sto in vena di complimenti, cosicchè la casa non rispecchia nessuno se non se stessa. forse ho qualche malattia mentale, che so, dicono la depressione o il ginocchio della lavandaia; altri mi dicono che devo elaborare il lutto della perdita. e che il trasloco è uno degli stress più grandi che possano colpirti. e che sono i pianeti che girano in senso opposto al mio. e che è la sfortuna che mi tirano e quella che mi son tirata. dicono un sacco di cose e io 'ste cose me le sento appartenere come quei vecchi vestiti che porti da anni e che ti ci senti sicura come nel ventre di tua madre.
dicevo che quando torno a casa non c'è traccia di un odore familiare tranne quello delle cose in decomposizione nel frigo. l'altra sera ho dovuto chiamare infatti quelli di CSI al gran completo. si son messi lì con i guanti in lattice e le torce a raggi blu tendenti al violetto di campo, gli occhialoni da chirurgo e dei vecchi camici dei bidelli della scuola elementare di via amabaradam. hanno spulciato il frigo dal surgelatore fino al reparto verdure e sono risaliti, mediante ore e ore di indagini a porte chiuse e di analisi che a un certo punto han dovuto chiamare pure bruk a losangeles, ai resti archelogici di un cetriolo del lontano maggio 1975 che si è spappolato nelle loro mani come neve al sole, a una fetta di provolone della rivoluzione di ottobre che nessuno aveva mai mangiato se non dei vermicelli verdi che la notte non mi facevano riposare tale la baldoria che facevano, a una carota che avevo preso per un sugo al ragù mai fatto e che aveva ormai l'aspetto di un qualsiasi gioiello della breil che oggi finalmente ho capito come fanno gli stilisti a studiare certe creazioni argentate, a un limone che sembrava più una palla da biliardo (la gialla per l'esatezza che è l'ultima che si manda in buca), a un gelato del millenovencentottandue l'anno in cui l'italia vinse i mondiali e che ancora gridava: campioni del mondo campioni del mondo come bruno pizzul e pertini, a un piede di lattuga che era diventato l'albergo di una famiglia di bruchi extracomunitari senza il permesso di soggiorno e chiaramente sono stati rimandati nel loro paese, a un resto di pollo di rosticceria che ogni volta che aprivo il frigo mi chiedeva: chi siete, che portate, sì, ma da dove venite, un fiorino!
finiti tutti gli accertamenti sui resti del frigo, quelli di CSI se ne sono andati complimendosi con me per la belle ricerche che ho permesso loro di fare. sono rimasta sola col pollo chè pure bruk aveva da fare: doveva correre a losangeles per salvare eric dall'alcolismo. col pollo ci siam visti Non ci resta che piangere chè poi, con questo post, ci sta proprio al bacio!

Tuesday, June 21, 2005

Occhi puntati.

ho alzato gli occhi
ed eccolo lì di fronte a me
fermo e immobile
gli occhi puntati verso di lui, i miei
gli occhi puntati verso di me, i suoi
ha fatto il vago
fischiettando ha ripreso a camminare lungo la tenda
fingendo di non esser lì
con quelle zampine e quel corpo cicciotto
e quell'aria da scroccone
ho chiuso l'acqua
ho tolto il sapone dagli occhi
e lui lì, fermo e immobile di nuovo
impassibile come una statua
e io?
lo schiaccio ma mi fa senso
lo ignoro ma non riesco
lo innaffio ma sporco tutto
e lui lì con quell'aria di sfida
fermo e immobile
gli occhi puntati i miei
gli occhi puntati i suoi
maledetto ragno
da dove vieni, dove vai
tornatene nella tua tana
a intrecciare qualche tela
ho strattonato con un colpo la tenda
deve aver fatto un bel volo
è scomparso nel nulla del bagno
e poi quello non sa che non si spiano le signore nella doccia?

Friday, June 10, 2005

Ho il freezer pieno!

E meno male che l'anno scorso, insieme alla lasagna di palmira e a petti di pollo che m'ha comprato mamma dal pollivendolo biologico, avevo congelato anche quei tre embrioncini piccoli piccoli che di questi tempi, signora mia, non si sa mai.
se l'avessero fatto anche i miei genitori oggi forse mi sarei risparmiata un bel torcicollo che dura da una settimana, quel giradito che mi son beccata l'anno dei mondiali e quel doloretto al dente del giudizio che le bestemmie si son sprecate. però per non sapere nè leggere nè scrivere ho congelato anche quella bella ragade che mi han tolto tre settimane fa che sa, signora mia, se si arriva a modificare pure quelle chissà che non scoprano la cura per le emorroidi: un bel sospiro di sollievo per tutti. sa, di questi tempi in cui il clima ci uccide, lo stress ci uccide, la gente ci uccide, fare esperimenti sugli embrioni lo ritengo di vitale importanza: è un po' come quelle belle e lunghe partite a bridge quando sei senza lavoro e i debiti ti stan consumando. dice che se se vai a "sfrucugliare" dentro quei cosi tondi e pieni di vita puoi evitare un sacco di malattie per il futuro. pensa che se, all'epoca, avessero lavorato sull'embrione di beethoven, altro che sordità: avremmo avuto un beethoven tutto udito e, forse, poco talento! e Ciaikovski poi che, poveretto, si sarebbe risparmiato una bella crisi epilettica una sonata sì e l'altra no. credo che se invece di starsene in panciolle si fosse lavorato sull'embrione di muhamed alì, per prima cosa non si sarebbe convertito all'islam e poi non avrebbe mai avuto il morbo di parkinson: però forse non sarebbe neanche diventato cassius clay. non parliamo poi di freud che magari non avrebbe avuto problemi di cocaina e di psicanalisi che ora ha lanciato una moda e tutti a copiarlo con 'sta psicanalisi d'accatto. per non parlare di mozart che sarebbe stato un onesto falegname austriaco e non avrebbe scritto nessun requiem e avuto allucinazioni su diavoli e librettisti. vogliamo parlare poi di elton john che forse si sarebbe sposato con una commessa gentile e cordiale di eton piuttosto che con quel bel ragazzetto londinese che fa gola a tutte.
eh, signora mia, al giorno d'oggi questi esperimenti genetici sono fondamentali chè qui dobbiamo essere tutti perfetti e sani come la razza ariana del futuro; che poi ora che lo so, se tra nove mesi nasce a me che sono mora, scura e nana un figlio biondo con gli occhi azzurri e slanciato, in giro e a mio marito posso sempre dire che è tutta colpa dell'embrione fecondato male, mica del panettiere slavo qui all'angolo!

Friday, June 03, 2005

La scoperta dell'acqua calda.

m'ha svegliato un cliente che erano le nove e trentasei. trentasei, gli anni miei. in questo periodo a seconda di come mi vedo e di come mi giro e mi rigiro me li sento tutti dentro ma alle volte no. sembro come quei vecchi caledoscopi che non s'usan più in cui ci butti l'occhio dentro e la miriade di colori forma tanti disegnini colorati come i rosoni delle belle cattedrali o le vetrate delle chiede antiche. eran le nove e trantasei e la stanza già bolliva di caldo. ho scoperto che il settimo piano è più vicino al cielo e alle stelle ma è anche più bollente delle case a pianterreno. ho scoperto che la casa rivolta a est vede nascere il sole ma è atrocemente calda già dalle prime ore del mattino e ti senti alle volte aprendo la finestra, ti senti dentro un phon che ti spara aria bollente che tu non hai bisogno però. ho scoperto che mi piace tenere le mani nell'acqua fredda e sembra che i pensieri si gelino all'istante e che quel frescolino alle meningi stoppi tutto quello che è brutto e lo lasci lì in una sorta di limbo che non sai nè chi sei nè chi sarai più. ho scoperto che la casa pulita dà una bella sensazione: ti vedi quella superficie così brillante che puoi camminarci financo a piedi nudi e il pavimento fresco che raffredda le piante dei piedi e un brivido ti corre fino al capelli per tutto il corpo senza escludere nessuna cellula, nessun neurone, nessuna piastrina che scorrazza liberamente nel sangue. ho scoperto che sto male e che non ho più paura di questo male. e ho scoperto che in un certo senso sto bene e non ho paura neanche di quello. ho scoperto che la musica è un gran salvavita e di prima mattina mette di buonumore. ma anche di sera prima di dormire. ho scoperto che ho un sacco di difetti che non riesco più a nascondere. soprattutto a me stessa. e ho scoperto che devo affrontarli e devo affrontarmi a muso duro. ho scoperto che fa male. fa tutto male in questo periodo. e ho scoperto che voglio scappare. e cambiare. e forse un giorno lontano anche morire. ho scoperto che due più due non fa sempre quattro, anche se ti ci metti con tutte le forze per far tornare i conti, quelli non sempre tornano perchè sebbene le menti siano quadrate c'è sempre la variante che impazzisce come la maionese. ho scoperto che mi piace il silenzio. ma anche ascoltare. che non mi piace parlare. ma forse sì. ho scoperto che sono debole. e in un certo senso forte. ho scoperto che la casa sta crescendo e che io sto crescendo e che la vita intorno a me sta crescendo. ho scoperto che non voglio crescere, però. ho scoperto che oggi sono tutto e il mio contrario. ogni sensazione ogni emozione ogni stato d'animo mi colpisce e non mi lascia e mi tormenta e mi uccide a volte. ma a volte no. ho scoperto che ho tanta strada avanti. tanta vita dentro. tanta storia da imparare. tanto da studiare. tanto da lasciare. molto da fare, ancora. ho scoperto che ho scritto una gran cagata. e ora l'avete scoperto pure voi, se siete arrivati in fondo!

Friday, May 27, 2005

L'arte del riciclo.

quando non ho niente da fare mi metto in finestra. guardo fuori e passo il tempo. in finestra puoi conoscere la vita delle persone. chi stende i panni puliti giá alle otto di mattina e chi li ritira poco dopo. chi porta il cane a spasso e chi il pupo in giro. ogni tanto qualcuno mi guarda e mi saluta e io faccio sempre finta di essere indaffarata. sgrullo la tovaglia della sera o cerco con lo sguardo qualcuno che mi ha citofonato. i ragazzi alla panchina parlano della roma e della lazio, ruttano quasi come me e fumano ogni genere di cose comprese le radici dell'albero dove fa i bisogni il cane del marana. le ragazzine cominciano a sculettare presto. sono bambine che ho visto crescere: oggi sono donne in miniatura tutte cellulari e gridolini isterici. i piccoletti ti chiedono sempre che ore sono. maria si ferma e parla del marito che non c'è piú e per fortuna, dice lei: la picchiava col giornale come faceva con rocki, il loro cane. maria pesa quasi cento chili. va in giro con lo stesso vestito a fiori d'estate e d'inverno. credo sia povera. o forse solo pigra. poi c'è anna che lavora alla mensa e ha un figlio che starei ore a guardarlo. lui è fidanzato a casa, è un bravo ragazzo e pure fedele. cosí mi rifaccio con un tipaccio che sembra bukowski. è un po' sdendato e quando chiama il figlio lo senti a tre portoni di distanza. non so cosa faccia nella vita. forse lavora di notte o forse lo mantiene la moglie che fa le pulizie da ikea. lo guardo e lo trovo un tipo tosto, un duro che, ogni volta che mi saluta, io arrossisco. è un onore essere salutati da lui. e anche dal mandingo, il ras del quartiere. passa un sacco di vita qua sotto: donne incinte che sperano nel contributo dello stato. uomini allegri senza speranza. drogati o solo emarginati. ladri e guardie. vittorio poi è tutto un programma. mi chiama da sotto e mi parla di ciclismo e di coppi e bartali e tra un ricordo e l'altro mi chiede sempre una sigaretta. faccio carte false per rimediargliela. io che neanche fumo. poi c'è franca la vicina che sta sempre all'erta e sa tutto di tutti. lei peró non s'impiccia. qui c'è ancora questa regola. maura strilla e sbraita. ha gli occhi storti e sembra la figlia del conte mascetti. mi dá pena guardarla. mi chiede della garbatella lei che non è stata neanche a ostia. crede che la vita sia fuori da questo posto. chi glielo spiega che la vita è dentro di noi? il pezzo forte è patrizia. saluta tutti ma disprezza tutti. credo sia una balorda. se a natale le mandano la tredicesima si comprerá la lavatrice. chiede sempre qualcosa a qualcuno compresa me. una volta lo yogurt per il pupo, una volta l'aglio, una volta i punti della spesa, una volta dieci euro. lo fa con nochalance. e tu rimani lí come un ebete e mentre pensi non sai cosa risponderle. di solito faccio finta che squilla il telefono e poi a fine giornata faccio i conti di quanto ho perso stando affacciata. o quanto ho guadagnato. dipende dai punti di vista.

Monday, May 16, 2005

Giro di boa.

ricomincio da me. ricomincio con tre magliette prestate che con i maglioni cominciavo veramente a soffrire di rosolia. ricomincio con due paia di calzini nuovi di zecca che con quelli di cachemire i piedi cominciavano a bollire. ricomincio con un paio di pantaloni estivi anche se pensando a quelli vecchi strausati mi piange il cuore e ripenso a vecchi post e posti che hanno visto e a quanto m'han fatto compagnia. riparto senza musica, senza ninnoli, senza neanche una foto del passato che tanto hai tutto tu e chissà che ci farai, spero ti ci impicchi. riparto senza un armadio che possa contenere la mia vita. oggi la mia vita è tutta fuori, fuori di casa, fuori dalle finestre, fuori dalla porta, fuori dal cuore, fuori dall'anima, fuori tutti e dentro gente nuova. ricomincio a camminare da sola che bene o male non ci ho mai provato anche se di strada ne ho fatta tanta anche con quelle vecchie timberland che non ho più. ricomincio svegliandomi dentro un letto immenso. devo badare a me stessa. innaffiare la vita che ho dentro che proprio non ne vuol sapere nè di crescere nè di diventare rigogliosa come la più bella delle magnolie che mi piaccion tanto. riparto da me. e solo da me. senza ricordi. senza stracci e senza la bicicletta per andare a farmi un giro e pedalare, senza quel pass del primo maggio che tenevo come le reliquie a cui vuoi bene, senza il mio costume che ci ho fatto tante estati bollenti e senza i miei giochi che ci ho fatto tanti inverni freddi, senza un passato che fa impazzire ed è destabilizzante sapere che non hai più niente in mano che non prendere per mano te stesso. riparto e cerco di non sentirmi sola ma senza uno straccio di pezzo a cui ancorarmi più che sola mi sento senza vita. alle volte penso a quelli le cui case vengon spazzate via dagli uragani violenti, dalle dighe che hanno strabordato, dai tifoni coi nomi più strani, dai terremoti che fan ballare persino i topi anche se ci sono i gatti. e han perso tutto, proprio come me. ed è vero che il mondo te lo porti dentro, ma è anche vero che c'è un mondo tattile e uditivo e olfattivo che non è da sottovalutare e che produce i ricordi e che ti fa riappacificare anche solo per un secondo con te stesso e che comunque ti dà la sicurezza di aver vissuto e non di essere il fantasma della tua esistenza. ma l'imperativo è comunque andare avanti chè c'è la vita che chiama e c'è il lavoro che chiama e ci son le responsabilità che chiamano e c'è sempre qualche qualcuno che chiama. e allora, non era meglio nascer sordi che beethoven ci ha tirato su pure qualche lira?

Thursday, April 28, 2005

Mi copio da sola.

Son seduta qui al sole che aspetto. Con la mia magliettina col dollaro e le mie scarpe buone. Il sole che riscalda la pelle bianchiccia e s'infila nelle rughe del viso e delle mani. Il sole che riscalda finalmente questi pensieri intorpidi dal lungo grigiore. Aspetto gli eventi. Aspetto seduta e fingo di pensare, fingo di essere concentrata su qualcosa che non c'è. Ma non sto pensando a niente. Non penso a te. Né a te. E neanche a te. Penso alla mia magliettina col dollaro raffigurato e alle mie scarpe buone. Aspetto che il sole faccia il giro. E si nasconda dietro il palazzo giallo e rosa di fronte a me. Son qui seduta che aspetto. E la magliettina col dollaro s'è tutta arroventata dal calore. E anche la testa. E questo sole a picco mi scurisce la faccia e le braccia tatuate e le mani invecchiate. Gli occhi mi fanno male. Mi sistemo i capelli con le mani. Fingo di esserci ancora un po'. Mi guardo attorno con l'aria assente. Passano a frotte file di macchine. Ognuno è da solo. Ognuno con la sua aria assonnata e la sua storia narrata e la sua vita ormai andata. Ognuno che finge di essere assorto. Come me. Mi guardano le scarpe buone e la magliettina col dollaro raffigurato. Mi guardo le mie scarpe buone. E la magliettina col dollaro. E li lascio a guardare. Io non ci sono già più. E tu neanche.

Meltin' pot aggiornamenti.

Ho la t-shirt marcata N.Y. Il casco spagnolo. La moto americana ex italiana. Il tatuaggio tibetano. I tatuaggi giapponesi. Le scarpe fatte nelle Filippine. I calzoni svedesi, come il materasso. I calzini inglesi. La collanina nigeriana. Il braccialettino indiano. Il portatile tedesco con tastiera in tedesco, come il Santo Patre. L'orologio svizzero. Il cervello cosmopolita. Cosa rimane?. Ah, sì! L'anima: ebrea?

Wednesday, April 20, 2005

XVI Concorso Letterario.

Causa mancanza di idee originali e causa rinnovo locali mentali, affitto questo spazio vuoto per pubblicare un vostro post ed aggiornare così questo mio umile e semplice blog della vigna del signorBlogger e per permettere ai miei "innumerevoli" lettori di commentare post nuovi.
le vostre opere dattiloscritte dovranno presentare i seguenti requisiti:
essere in linea con codesto blog farcito di contenuti poveri ma onesti
non superare le mille battute: non s'accettano gli ace nè gli assegni cabrio
non nominare le seguenti parole: la pellicciaia, il materasso ikea, i piccioni pulitori, le minestre knorr, nino e clara; termini protetti da copyright.
- al concorso a premi potranno partecipare tutti, esclusi i presenti.
si prega di allegare cento euro in biglietti da dieci per la pubblicazione e per le spese di spedizione.

il più bel post verrà giudicato da una giuria di illustrissimi figuri nelle persone di: IrZingaroPope, IrNarratore, IrTim, la Zarina seconda, IrSipario in tutte le sue vesti.

il vincitore avrà diritto a un numero di commenti pari e non oltre i cento, al bacio accademico da parte di oriana fallaci o vanna marchi, a scelta, e a una visita guidata delle grotte papali insieme a costantino e al materassone ikea per rimirare tutti gli scheletri vaticanensi.

i post dovranno pervenire entro e non oltre il trenta aprile corrente mese.
programmazione non soggetta a variazione.
aut. min. rich. 06.512.66.29

Thursday, April 07, 2005

Nuntio vobis gaudium magnum.

da quando è arrivata la primavera, la mattina non vago più per casa al buio come i lupi rintanati nelle caverne ululando alle stelline sul soffitto e cercando a tastoni il paio di jeans meno sgualcito da indossare. da qualche giorno a questa parte cerco di alzare, con grande sforzo di braccia, financo le serrande e aprire le finestre chè il panorama merita e sarebbe uno spreco non abusarne soprattutto visto l'affitto che pago.
abito vicino a un punto nevralgico e strategico della capitale: a parte per l'odore che si respira di maria de filippi, di costantino e di tutta la truppa di vips al gran completo, la mia zona è importante perchè c'è una grande stazione della metro e dei bus con annesso parcheggione alberato dove se ti va bene gli zingari non ti rubano neanche l'automobile. sono uscita in terrazzo stamattina chè dovevo ritirare le mutande stese ieri sera. all'improvviso un gran vociare ha catturato la mia attenzione. una folla sovrumana fatta di persone e di pulman tutti in fila era assiepata nella strada e nel parco sotto casa. tutti con la testa all'insù tanto che mi sono pure imbarazzata per via del reggiseno che non era quello buono delle grandi occasioni. mi sono sporta un poco stando attenta chè soffro di vertigini e ho notato che guardavano tutti verso il mio balcone. ho pensato che qualcuno si stesse buttando di sotto, poi ho visto che dalla caldaia stava uscendo un fumo strano di colore grigiastro tendente al nero. la folla intanto continuava ad esclamare: "ohhh....", qualche gruppo recitava il rosario e qualche boys cantava pure "osanna, osanna, osanna nell'alto dei cieeeeli...". lì per lì non ci ho capito un granchè: io la mattina non riesco a carburare al volo. ho pensato di tutto, compreso che il palazzo stesse andando a fuoco. la cosa strana era che la gente sotto si mostrava calma e sorridente e sventolava bandierine gialle e bianche e cappelli colorati. e poi non c'erano sirene spiegate nè vigili del fuoco. intanto il fumo continuava ad uscire dalla caldaia: denso e nero che mi sono pure preoccupata ma sotto han continuato a vociare e a cantare osanne e preghierine. sono andata verso la caldaia e ho aperto lo sportellino: una luccetta rossa lampeggiante m'ha indicato che mancava l'acqua. prontamente ho spento e ho aperto il rubinetto dell'acqua e poi con calma serafica e grande abilità ho riacceso la caldaia che prontamente ha dato la schiccherina ed è ripartita. un fumo bianco è uscito da sopra il tubo e la folla da sotto ha urlato a più non posso il suo delirio applaudendo e cantando e sventolando tutto quello che c'era da sventolare: ho visto addirittura uno che ostentava con orgoglio una tiscert bianca con su scritto "non lo faccio per amor mio ma per dare un figlio a dio". ho richiuso al volo le finestre chè nel frattempo avevo fatto tardi. la folla ha continuato a strillare e a cantare e a battere le mani. non ho avuto il tempo di fermarmi a capire cosa fosse successo. ho solo pensato che la gente è proprio strana: ma non è eccessivo tutto 'sto trambusto per una fumata bianca?

Wednesday, March 23, 2005

Oggiggiorno avere come amici due piccioni ti risparmi un sacco di fatica.

giran sempre due piccioni qui fuori, uno più brutto dell'altro; uno più sporco dell'altro; uno più zoppo dell'altro. il primo, che deve essere femmina, lo riconosco chè è un grigio chiaro quasi smorto con tutti i peli radi che secondo me ha tutte le malattie del mondo pure il ginocchio della lavandaia e l'ipertensione arteriosa. l'altro, il marito, ha un colore più nerastro e grigiastro vera fuligine di inquinamento acustico, è più grosso in quanto a corporatura e ha dei ciuffi bianchi sulla testa, dovuti all'alopecia o a una decolorazione venuta male. viaggiano sempre insieme come i gabbiani sui fiumi, come i delfini nei mari, come i canarini nei cieli e come i due spacciatori che passano ogni tanto sulla cinquecento gialla. quando arriva la bella stagione la cosa più goduriosa da fare per gente semplice come noi è mettersi, durante l'ora di pranzo, su questi due gradini qui fuori, in mezzo al traffico, e mangiare un bel panino con mortadella e galbanone respirando a pieni polmoni tutti gli scarichi della macchine che passano, compresi gli scarichi delle macchine parcheggiate. non si può descrivere questo piacere del palato e delle vie respiratorie se non lo si prova. la grande fortuna mangiando fuori l'ufficio è che non devi preoccuparti se le rosette calde e fragranti si sbriciolano in maniera disumana, se i biscotti montebovi da un euro producono più residui non fissi dell'acqua minerale, se le patatine formano un tappeto così scricchiolante che neanche l'assassino più bravo col coltello in mano e la torcia accesa c'è la fa ad evitarle. appena tutto questo ben diddio finisce per terra, entrano in gioco loro: li senti arrivare da lontano gracchiando come gli avvoltoi del deserto e sbattendo le ali come i veri condor americani o le poiane dei monti d'abruzzo. ti coprono il sole per la loro apertura alare che quasi quasi al posto della tigre mi potevo far tatuare un bel piccione con tanto di alopecia e di rosetta in bocca. il maschio per proteggere la compagna arriva sempre sull'asfalto in avanscoperta: devono avergli detto che esistono le polpette avvelenate fatte apposta per i piccioni. poi con fare da grand'uomo chiama con un fischio acuto molto romantico la compagna che si getta come un' aspirapolvere da 1400 watt sulle mollichelle di rosetta, di biscotto montebovi da un euro e sulle patatine sbriciolate a mò di tappeto. in men che non si dica e più rapidi della migliore squadra di pulitori, i due piccioni spazzano via ciò che resta del mio pranzo lasciando un asfalto lindo e pinto che alle volte non riesco a camminarci su e metto pure le pattine per tornarmene a casa. finito di pranzare i due piccioni ringraziano, chinano la testa e se ne volano via tutti soddisfatti: qualche volta ruttano anche, ma non sono sicura che siano loro. solo l'altro giorno ho chiesto al maschio se mi prestava cinque euro per mettere la benzina. se n'è andato tutto incavolato sbattendo le ali e starnazzando come una gallina. sono rimasta male, lo ammetto. così è da qualche giorno che pranzo con lo yougurt: voglio vedere ora come si portano via il barattolino!

Thursday, March 17, 2005

Cinecittà dentro casa.

vivo al settimo piano. che dire, uno spettacolo continuo. macchè. ma quali tramonti mozzafiato, quali albe rosate, quali panorami da urlo, quale ponentino rigenerante.
è che la mattina non posso mai aprire le finestre per far entrare la luce del sole e il tepore della primavera. loro s'impossessano della casa, entrano ed escono come se niente fosse. girano per le stanze come fossero in casa loro, commentano se c'è polvere sulla libreria, se il bagno è adeguatamente pulito, guardano il dipinto mai finito alla parete ed han da dire anche sul soffitto blu e sulle mie tecniche improvvisate di pittura. ieri mi girava per casa federico fellini: dice che sta lavorando a un film nuovo; io gli credo sulla parola. pensa solo che il padre di costantino fa il muratore: quante ne ha dette guardando le mie pareti, tu non ne hai idea. non parliamo poi del frigorifero che è sempre vuoto: c'è chi ti richiede la pasta di farro perchè è allergico alla farina di campo; chi ti ordina il latte di soia chè è più digeribile; chi le birre chè ha una vita sregolata; chi il caffè d'orzo chè sennò non chiude occhio per tutta la notte; insomma aprire le finestre è una rimissione sicura e una richiesta continua tanto che a volte mi tocca stare tappata in casa al buio per avere un po' d'intimità.
questa è la dura realtà per chi abita vicino agli studios di cinecittà. sono assaltata da amici e amiche che m'invadono casa solo per l'autografo di daniele interrante o che sperano di vedere lele mora alla fermata dell'autobus. gente che mi rincorre solo perchè in lontananza sente puzza di gianni sperti o pensa che io tenga di caprio e scorsese nell'armadio insieme ai giubbotti da moto e alle scarpe invernali; maria che mi entra ed esce di casa come fosse la mia filippina: l'altra sera ha convocato le due portiere dell'enasarco, la pellicciaia mia dirimpettaia e la signora zoppa del quinto piano tutte a casa mia. ha proposto loro una sfida. il terreno di gioco è stato il pianerottolo: giudici il maestro alessandro alessandro e il maestro di vigevano. la prima prova è stata una sorta di musichiere: una volta dato il via alle note le concorrenti han dovuto fare i sette piani di corsa, suonare al mio campanello e dirmi il titolo della canzone. essendo più allenata, la gara è stata vinta dalla portiera che ha indovinato al primo colpo Beguine di jimmy fontana del sanremo '82 e al terzo piano è riuscita anche a lustrare col sidol la targhetta dell'avvocato. la seconda prova ha visto la pellicciaia contro la signora zoppa del quinto piano: la pellicciaia è riuscita a indovinare senza sbagliare tutti i rumori provenienti dai vari appartamenti, compreso il rumore dello sciacquone rotto che assomiglia a uno stantuffo della signora maria e quello della fuga di gas della bombola del sor peppino. alla fine dei giochi maria s'è complimentata con tutti e come premio kledi ha dato un bacio alla vincitrice e ha fatto ballare la signora zoppa; tanto si sa che è abituato a far ballare cani e porci. quando c'è troppo frastuono arrivano sempre le forze dell'ordine capitanate da claudia pandolfi e ricky menfis. ristabiliscono l'ordine, mandano tutti a casa e riescono a firmare anche qualche autografo. solo una volta mi sono veramente spaventata: eran le sei di mattina e sentivo tutto un vociare fuori al balcone. ho pensato agli extraterrestri venuti in segno di pace a scegliere le persone più preparate per un giro intergalattico solo andata senza ritorno. ho alzato pian piano le serrande e mi son trovata di fronte uno spettacolo raccapricciante: raul bova in tunica e sandali che parlava con gli uccellini, con il gatto del vicino e col mio tappeto blu steso ad asciugare la sera prima. la cosa strana non è che il tappeto gli rispondesse ma che gli chiedesse il nome del suo agente: dice che si vuol buttare nel cinema, magari in qualche grossa produzione di film su alì babà. pare che i tappeti a ollivud vadano via come il pane sciapo!

Wednesday, March 09, 2005

La vita fatta in formato bignami.

se avessi voluto fare il vigile avrei indossato la divisa bianca come i marinai, posseduto il blocchetto delle multe e non sarei qui dove sono a cercare di sbarcare il lunario alla meno peggio. m'incavolo il più delle volte quando all'orizzonte, come i cavoli a merenda, spunta un pigro mentale. dicono che la mamma dei cretini sia sempre incinta, ma la mamma dei pigri di mente poteva anche evitare di accoppiarsi col marito, almeno per non smentire il detto che batte la fiacca. il pigro mentale è quella persona che ha le sinapsi in prepensionamento, i neuroni sotto l'ombrellone al mare e la materia grigia che se la dorme beatamente senza chiedersi se la sveglia della vita è già suonata da un pezzo. i pigri mentali sono quelli che credono al governo che dice loro che va tutto bene, al medico che gli diagnostica un brutto male ma sono sani come un pesce, credono alla cassassiera e pagano quello che devono e non, alle istituzioni che non sbagliano mai, alla maestra del figlio che ha ragione e al figlio che ha ragione pure lui; sono quelli che non smuovono il cervello per paura che prenda aria fresca e si raffreddi.
ne conosco a centinaia: di quelli che entrano alla posta e ti chiedono dove si prende il numeretto pur avendo l'elimina code di fronte, che arrivano in banca e ti chiedono se è la fila giusta, che entrano dal dottore e ti chiedono se il dottore riceve pur avendo il cartello dell'orario di fronte ai loro occhi; in qualsiasi posto vadano loro cercano automaticamente il modo per non attivare il cervello; anche perchè è più facile che qualcun altro lo abbia già messo in moto al posto loro. così ti ritrovi per strada che cammini o ferma a un portone o che guardi il sole e ti stai semplicemente scaldando le ossa e ti si avvicina l'imbecille di turno: scusi, dov'è via tal de' tali? (ovviamente l'imbecille non s'è accorto che è già su via tal de' tali!). io li odio questi qui anche perchè siamo nell'era dei navigatori satellitari, della trasmissione in tempo reale del pensiero e comunque siamo ancora nell'era in cui prendere in mano, sfogliare e consultare uno stradario non costa che il lavoro collettivo di due/tre sinapsi al massimo. mi si è avvicinato uno stamattina: scusi, via cialdi? non mi sono neanche girata: ho fatto finta che ero cieca e sorda e anche negra. lui ha insistito, scusi, via cialdi? l'ho mandato verso ostia; perlomeno ha fatto fare un bel giretto ai suoi neuroni. dice che lo iodio fa tanto bene alla salute!

Friday, March 04, 2005

Che vita è.

spesso penso che se il dolore fosse qualcosa di palpabile sarebbe tutto più semplice. pensa se fosse tipo la plastilina con cui giocano i bambini a scuola. lo faresti uscire da te stesso e lo prenderesti in mano facendone forme nuove. ci giocheresti creando case, scuole, vicoli, alberi e fiori. come si fa per il riciclo della plastica o della carta. a quel punto la vita sarebbe così semplice che ti addosseresti volentieri anche il dolore di tuo fratello, di un tuo amico, del tuo vicino di casa o di uno sconosciuto che ti passa accanto per caso. avresti in mano tutti questi pezzetti di plastica colorati. quello nero di quel signore lì che sta su un ponte metidando un gesto sconsiderato. quello giallo della tua amica che il più delle volte è isterica. quello verde di tuo fratello ecologista che si preoccupa solo dell'aria e del buco dell'ozono. e uniresti questi colori col tuo dolore che è già saturo e pieno di mille sfumature. e ne faresti forme nuove fatte di tanti colori quanti i dolori che hai preso in mano. se il dolore fosse palpabile sarebbe tutto più semplice. il mondo sarebbe come un quadro di un artista del futuro, pieno di forme astratte vive e colorate. il cielo sarebbe ridisegnato da qualche bambino che si sente solo e incompreso. il mare da chi sogna i pescatori che partono di notte. il tramonto da un'anima bella e romantica. e la guerra sarebbe modellata perchè non facesse più morti e stragi. la cattiveria verrebbe ridisegnata e prenderebbe la forma di un dirigibile. l'odio diventerebbe un aquilone che se ne vola via. la felicità qualcosa da indossare tutti i giorni. del mio dolore farei un cigno bianco e delicato. e lo lascerei andare via in quel lago dove gli alberi si stanno specchiando proprio ora. il tuo lo trasformerei in un cavallo che ti porterà su quei monti laggiù da cui puoi vedere il mare. se il dolore fosse palpabile lo estrarrei con forza da dentro me stessa. anche ora. ma poi mi chiedo di cosa vivrei. quello che oggi porto dentro, so per certo che è parte di me. so per certo che sarà quella ruga in più delineata sulla mia faccia. quell'espressione in più che spegne o ravviva i miei occhi. quell'esperienza in più che marca la mia anima. quel pezzo di vita che senza direi. che vita è.

Thursday, March 03, 2005

Lui.

ogni volta che mi richiudo le porte dell'ascensore alle spalle, mi prende il panico che una grossa dose di gocce di rescuremedi non me la toglie nessuno. no, non soffro di claustrofobia nè di ascensorefobia. è che sono un tipettino impressionabile anzichenò. quando vedo in tivvù quei mostri di alien tutti unti e bavosi o anche la lecciso che balla con la sorella mi tappo sempre gli occhi con tutt'e due le mani come i bambini e spero che lo spettacolo finisca il più presto possibile. o anche quando sto per trangugiare con gran gusto la prima forchettata di pasta olio e parmigiano e il tiggì delle venti mi mostra l'operazione a cuore aperto di un babbuino delle alpi svizzere o geggia che fa l'antica romana, cerco sempre di cambiare canale perchè la cena non mi si riproponga come i peperoni verdi di clara. il problema di cui soffro è lo shock da apertura-porte dell'ascensore. tutto è nato una ventina di giorni fa. la notte non avevo riposato un granchè bene e la mattina ero ancora in catalessi tanto che mi ero vestita di corsa e mi stavo catapultando giù al portone giacchè ero in ritardo. chiamo l'ascensore e lilla lalla entro mentre poso le chiavi in borsa come al solito. ero in trance e ho fatto i sette piani che non mi ricordo neanche come. arrivata al primo piano le porte si sono aperte come da copione (confermo, l'ho visto io scritto sul copione del regista!, ndt) e, mentre sto per catapultarmi fuori di gran lena, vedo lui. faccio un balzo in aria e sbatto la testa al neon che incomincia a lampeggiare come l'insegna dell'isola dei sardi. mi rintano dentro l'ascensore e spingo il tasto 1. pensando che ormai ero in trappola come i topi nelle gabbiette degli esperimenti per cani, penso ad una soluzione per evitare lui, cioè quello. nel frattempo cercando una via di fuga per non affrontarlo salgo al secondo e poi al terzo e poi al quarto e già che c'ero mi spingo anche al quinto piano. sfinita, decido: prendendo un gran respiro e stando attenta alla compressione come i sub, incomincio la ridiscesa. ho spinto il tasto 1 e mi sono retta forte alle pareti dell'ascensore. quando mi sono fermata le porte si sono spalancate e lui era lì. non ho potuto fare a meno di balzare in aria di nuovo: il neon ha smesso di lampeggiare ed ha ripreso a lavorare come prima. "Buonasera...", ho detto a bassa voce cercando di nascondere l'imbarazzo e la paura e cercando di allontanarmi velocemente. non so cos'abbia risposto. ero già fuori il portone col sole che m'accecava gli occhi e il cuore ancora in gola.