sai quando stai dietro ad un autobus e per via del traffico non riesci a sorpassare tanto che ti ritrovi fermo alla prima fermata a vedere scendere una persona e salirne almeno tre, alla seconda a salirne una e scenderne sette, alla terza salirne due e scenderne una, alla quarta speri che l'autobus non si fermi e invece si ferma anche lì?
ero in macchina ieri. e lui davanti a me. era il 761 barrato: grigio e rosso di quelli avuti dal comune per il giubileo santissimo del duemila, snodabile, tutto imbelletato e plastificato e biadesivizzato con pubblicità di questo o di quello stilista famoso, con l'autista bello come il sole che parla al cellulare con megan gheil che gli gira tutto intorno compreso l'autobus e tanta gente allegra e sorridente che ci mette un quarto d'ora per salire due gradini e circa otto minuti per scenderne tre per via del dislivello sul livello del mare. egli, l'autobus, mi ha scortato dalla fermata della cristoforo colombo fino alla via dei corazzieri e io, che sono anche un pilota provetto per via che mi piace senna, non ho potuto far altro che strargli dietro furente e scalpitante e contare, contare tutti quelli che salivano, che scendevano e che qualche volta sparivano nel nulla per cause ignote. nei pressi dell'eur ero talmente entrata nella parte del conducente che ho fatto salire due signore per farle scendere due fermate dopo. non hanno obliterato, che ingrate, però gli ho fatto ascoltare bachelorette di bjork e pare abbiano gradito tanto che una ha esclamato: "bella questa musica moderna, certo però che al bano è al bano: peccato quella lecciso lì!" (testuali parole, nda). a via dei lancieri è salito un signore mutilato che ha fatto la guerra: l'ho fatto sedere davanti, al posto d'onore. non ha pagato, chè gli invalidi hanno lo sconto come gli handicappati, le donne incinte al nono mese che vanno all'ospedale da sole e mia zia che è sindacalista. verso via silone, un grande scrittore, ho caricato sei ragazzette che non erano andate a scuola; tutte vestite eguali che non sapevo dove guardare e pensavo di vedere doppio per tre: cappello rosa sulle ventitrè, ginz calati con l'ombellico e anche i fianchi e anche il pirzing tutto di fuori, una magliettina fina tanto stretta al punto che non s'è intravisto niente, bomberino aperto e trucco tutto colore da minidiva in calore. non m'andava che non obliterassero così gli ho fatto anche la multa. sono scese che sbuffavano; ma credo che questi giovani moderni debbano imparare un po' di regole e di disciplina! sulla laurentina c'erano dei militari: li ho lasciati a piedi chè tanto son ragazzoni atletici pieni di estrogeni e sostanze strane e poi col tesserino non avrei guadagnato un granchè. quasi al capolinea è sceso l'autista bello come il sole che non parlava più al cellulare con megan gheil che gli gira tutto intorno e s'è diretto verso la mia macchina: al volo ho fatto scendere una vecchia che mi stava raccontando di quando c'era Lui. l'ho scaraventata fuori e lei ha agitato anche il bastone in segno di saluto, forse. ho ingranato la prima e sono fuggita a razzo. ho superato lo snodato e sono arrivata all'appuntamento in orario sulla tabella. d'altro canto: ho quasi diciassette anni di anzianità!
Thursday, January 27, 2005
Monday, January 24, 2005
Vita da singol parte terza: i panni sporchi si lavano in casa.
erano notti che non riuscivo più a dormire tranquilla. la prima notte ho pensato alla peperonata tutti i gusti più uno mangiata a tarda sera a casa della pellicciaia, mia dirimpettaia. poi ho dato la colpa alla mistura di caffè e cocacole con contorno di cioccolato nero fondente 80% lana e 20% cotone sulla pelle con cui mi drogo negli ultimi tempi. per un attimo ho pensato anche a quegli spiritelli burloni venuti a disturbare i sonni delle persone più care e sagge. solo ieri, aprendo gli occhi, ho scoperto il motivo dei miei sonni agitati: le lenzuola del mio letto, fattesi le valigie, se ne erano andate di casa. m'han lasciato un biglietto sul frigo. e niente più. la prima cosa che ho fatto è interrogare il materasso. lui naturalmente ha fatto il vago, come il suo solito. per sviare il discorso ha accusato prima un forte mal di testa e poi mi ha tirato su una storia lunga una quaresima i cui punti salienti sono che è preoccupato per il concorso in cui passerebbe di grado; che ha problemi con la famiglia visto che il padre è stato licenziato e senza giusta causa e poi mi ha parlato anche di certi suoi problemi alla cervicale che, dice, 'sti materassi moderni non li fanno più col cotone e la lana di una volta. fatto sta che non trovando risposte per quell'insano gesto da parte delle mie lenzuola, ho girato per tutta casa in cerca di un indizio. sono corsa nel cestone della biancheria sporca ma non ci ho trovato niente: vuoto e immacolato come quando l'ho comprato. ho visto al bagno chè non si sa mai ma ci ho trovato solo due vecchi assorbenti del '76 di quelli senza ali e senza fluf assorbente che non credo abbiano niente a che fare con l'accaduto. poi ho controllato anche in cucina: sai, 'ste lenzuola di flanella sono gente strana. non sapendo più a che santi rivolgermi e soprattutto quali elencare per lanciare anatemi, ho aspettato chè come dicono gli anziani: il tempo cura tutto. verso le sette m'han citofonato che già pensavo all'ufficiale giudiziario per quella storia dell'enciclopedia sulla cucina di suor germana divisa in otto tomi mai avuta, mai ordinata e, soprattutto, mai pagata. in ogni caso ho risposto al citofono: speravo tanto che qualcuno mi sapesse dare qualche notizia circa le mie lenzuola preferite, soprattutto le uniche in mio possesso. ho aperto visto che una voce tranquilla mi ha risposto: "Noi". ho pensato a qualche amico o persona di casa. ho aspettato sulla porta che la curiosità mi si mangiava. appena aperte le porte dell'ascensore sono rimasta allibita: davanti a me, come se niente fosse, mi ritrovo le due lenzuola fresche di bucato, lille lalle, tutte imbelletate con in mano una cocacola e nell'altra novella 2000: che pettegole! non sapendo se arrabbiarmi o rimanere senza parole,ho optato per il silenzio, anche perchè da dietro lo spioncino già immaginavo che la pellicciaia mi stesse osservando per ridere alle mie spalle. ho richiuso con calma e noscialans la porta di casa e, con voce ferma e sicura, ho chiesto loro delle spiegazioni. m'hanno detto che si sono informate coi sindacati e sulla base di non so quale statuto il loro salario non è direttamente proporzionale alle loro ore lavorative, che il giovedi lo vorrebbero libero e che vorrebbero essere cambiate ogni settimana e non ogni mese e mezzo e che, tra l'altro, vorrebbero essere iscritte a equitazione che, pare, il moto faccia bene. mi son sentita piccola piccola e non ho saputo cosa controbattere. ho dormito sul divano, stanotte: mica potevo più guardarle in faccia.
Friday, January 14, 2005
Ogni giorno racconto la favola mia.
sto seduta e mi guardo intorno. ho l'ansia: non sono abituata a prendere i mezzi e tutto ciò mi destabilizza. inforco gli occhiali e cerco nella legenda in alto la mia fermata. sono distratta. ma attenta. guardo. guardo sempre chi mi sta intorno, quando sono tra tanta gente. per curiosità. per farci degli psicologismi da film rosa. per il rifiuto di pensare ai fatti miei. per la voglia di conoscere le persone attraverso un movimento inconsulto del viso, uno sguardo fugace, una giacca troppo corta, un anello troppo vistoso e con tutte queste cose immaginate immaginarci la loro storia. sto seduta e mi guardo intorno, ancora. mancano cinque fermate e poi tocca alla mia. cerco uno sguardo sereno che calmi la mia rabbia. un sorriso placido che plachi le mie tristezze. un'espressione inquieta che mi faccia pensare ad altro. cerco qualcuno con cui condividere tutto il marasma che mi porto dietro come il più pesante dei bagagli. c'è tanta gente intorno a me. gente di colore e pensionati. operai e massaie. donne incinte e uomini incravattati. studenti e pendolari. padri. madri. ognuno che si fa i fatti suoi. ognuno con lo sguardo dentro la sua storia. e io sono lì, dentro tutte quelle storie. all'improvviso qualcosa richiama la mia vista. un pugno che mi rivolta lo stomaco: una signora menomata con un occhio cieco. distolgo subito lo sguardo. che visione, penso. poverina, penso ancora. che schifo è l'ultimo dei miei pensieri. forse il più vero. cerco di non guardare e più sposto la faccia cercando qualcosa che mi distragga da quell'orripilanza e più il collo, gli occhi, la mente si concentrano su quello spettacolo così mostruoso. d'incanto il mio campo visivo si allarga a dismisura. riesco a guardar di lato come le mosche e se ci provassi anche dietro. la signora intanto si è accorta del mio ribrezzo e mi guarda. ha notato il mio imbarazzo, mi chiedo. cerco di far finta di niente. giocherello con il cellulare che sotto le gallerie non prende mai. faccio finta che sto facendo i conti sulle punte delle dita: uno, due, tre cercando di far intendere alla signora che ho altro a cui pensare che non al suo occhio così ributtante e menomato. la signora mi fissa. e io sono sempre più imbarazzata. guardo in alto, come negli ascensori quando ti costringi a leggere le etichette che riportano il peso in tonnellate. guardo fuori dai fienstrini. mi guardo le mani. e poi le scarpe. che brutte scarpe che ho, penso. ma proprio non ci riesco e ridò una sbiriciatina a lei e al suo occhio. e lei, naturalmente, mi sta osservando. mi scruta. mi squadra. mia esamina. forse mi giudica anche. arrossisco. tossico che per poco non mi strozzo. penso alle mie disgrazie. e alle mie gioie. penso a dio sperando che scaraventi su di me un fulmine per salvarmi o che mandi un angelo custode per dirmi che sono incinta. intono anche un verso di "vecchio scarpone quanto tempo è passato, quanti ricordi mi fai vivere tu...". ma lei è lì. fissa su di me. e io sono in balia del suo occhio catalizzatore. del cervello che non riesco a padroneggiare. dell'imbarazzo che non riesco a nascondere. degli occhi che non riesco a domare. sono lì. seduta al mio posto impaurita come nel giorno delle interrogazioni di latino. seduta e sempre più piccola in un angolo dell'ultimo scompartimento di quel treno. sono vigliacca lo ammetto. ho alzato i tacchi e me ne sono andata tre fermate prima. due passi a piedi fan sempre bene alla salute!
Monday, January 03, 2005
Domenica è sempre domenica.
Ho portato fuori il materassone di ikea ieri mattina: doveva ancora fare i regali ai suoi parenti svedesi: mamma, padre, tre fratelli gemelli, una nonna cieca e una zia emigrante in siberia. Ci siamo alzati presto chè tanto non avevamo niente da fare e avevamo dormito abbastanza. Abbiamo fatto colazione da Tex dove abbiam visto pure la guardia del corpo di Costantino e alcuni figuranti di Buona Domenica. Il materassone s'è fatto fare l'autografo da Mirka Cesari che dice che in svezia va per la maggiore (?). Io, per la vergogna, ho fatto finta di niente che non sono così provinciale da chiedere gli autografi a questi grossi personaggi dello spettacolo. Una volta usciti dal bar ci siamo diretti sulla casilina che là c'è MondoConvenienza. Stando tutto il giorno davanti la tivvù, il materassone s'è visto ore e ore di televendite e in macchina, felice come una pasqua, mi ha cantato tutto il tempo la canzoncina: "MondoConvenienza, la nostra forza è il prezzo ah, tirittittitiri ah!" Per accontentarlo siamo andati lì. Non ha fatto acquisti, naturalmente e ha anche aggiunto che da Ikea si spende meglio anche se devi costruirti tutto da solo e non sai mai quello che esce fuori. Non sapendo dove sbattere la testa su questi benedetti regali, l'ho presa alla lontana e gli ho fatto tutto un panegirico sulla cultura e sul valore delle parole e di un buon libro. Non so cos'abbia capito fatto sta che è voluto andare a mangiare da mc donald's. s'è preso il menù maxi, il pollo al curry e il milk shake con dentro i croccantini e io dentro di me ho imprecato e ho riflettuto su quanto mangiano 'sti svedesi! Non potendone più a metà pomeriggio gli ho detto chiaramente che secondo me regalando dei libri avrebbe fatto un figurone. S'è convinto, finalmente. Siamo andati in una libreria vicino casa. Lui s'è buttato subito sui titoli più gettonati, quelli che vendono solo a natale e che stanno in bella vista sugli scaffali appena entri. Voleva comprare il libro di Vespa sulla storia d'Italia tanto per far conoscere alla nonna cieca un po' della nostra storia. L'ho subito sconsigliato che Vespa, gli ho detto, è meglio che vada porta a porta a vendere coltelli ed enciclopedie piuttosto che parlare dell'Italia. Ha ripiegato per un libro di stampe con tutte le immagini inedite di San Pietro per la zia emigrante che pare sia pure credente; per una moleskine che fa tanto brus ciatuin per i tre fratelli gemelli (dice che ci scriveranno a turno); per un libro di ricette vegetariane islandesi per la mamma e per il padre una trus della pupa; e per la nonna un cofanetto con le più belle canzoni napoletane cantate da Gianni Celeste. Siamo usciti, poi. Aveva di nuovo fame, ma io avevo finito i soldi. Non credevo che comprare un materasso fosse così dispendioso. M'ha messo il muso. Ma io ho tenuto duro. Ci siam mangiati a casa la minestrina di quadrucci all'uovo. Mica navigo nell'oro, io! La sera ci siamo divisi un pezzo di torrone avanzato dalle feste e lui s'è messo a scrivere le dediche sui regali. M'ha chiesto aiuto, ancora una volta. Sinceramente non avevo molto voglia di aiutarlo chè in tivvù stavo vedendo emilio fede e la storia del cavalletto, così ho liquidato tutti con un unico biglietto "Con affetto e simpatia lascio qui la firma mia" che, tra l'altro, è il mio cavallo di battaglia!
Tuesday, December 28, 2004
Me lo dice sempre mamma che una donna deve fumare.
vivere da soli comporta aspetti positivi e altri negativi come tutto nella vita. ora, non mi sogno neanche un po' di elencare né gli uni né gli altri giacchè siamo appena usciti dal santo natale e abbiamo ancora i cuori inteneriti e ricchi d'amore per la nascita del bambinello dentro la capanna gelida ma soprattutto per le cospicue vincite al mercante in fiera e alla tombola del centro anziani di via Pullino. volevo solo raccontare quello che m'è successo qualche sera fa. era la prima sera di solitudine. arrivo tutta infreddolita a casa chè con la moto d'inverno rischi tutti i giorni il colpo apoplettico e neanche puoi fargli causa con l'assicurazione. ho aperto il frigo per riscaldarmi e l'ho richiuso subito visto che quello ha cominciato tutta una tiritera sulla storia della sua vita e io non avevo proprio la fantasia di starlo a sentire. ho fatto la vaga e mi sono occupata di cercarmi del cibo come fanno le leonesse nella savana che girano in cerca di prede per i cuccioli. ho rovistato tra gli scatoloni e ho ritrovato una busta di riso e spinaci liofilizzati residuato di non so che trasloco, forse di quello risalente al 1998 quando mi regalarono un pacco di natale con lo zampone di piede di porco, i datteri e una bottiglia di vov. con una gioia infinita neanche avessi trovato il tesoro del santo graal, ho letto le istruzioni per cuocermi la sbobba: un pentolino d'acqua, il contenuto della busta, una goccia d'olio e una cucchiaiata di parmigiano. dopo un rapido check per appurare se fossi in possesso di tutte queste cose, ho preso il pentolino come nella foto sulla busta, ci ho messo l'acqua e ho versato il contenuto nell'acqua fredda. sono andata per accendere il gas e, prima aspetto negativo della vita da singol, m'accorgo che non posseggo un accendino nè un accendi gas e neanche un fiammifero per darmi fuoco. sento nel frattempo il frigo sghignazzare e il lavello che cerca di calmarmi facendomi vedere il lato positivo: cioè che non tutto il male viene per nuocere o per cuocere, non ricordo. mandandolo a quel paese (il famoso paese dei lavelli) per questa immensa banalità, mi viene il lampo di genio di andare dalla vicina. ho guardato l'ora per paura di disturbare. ho aperto la porta di casa e m'hanno assalito già sul pianerottolo le urla di gerry scotti provenienti dalla casa della vicina. suono con un certo imbarazzo. nessuna risposta. sento intanto che dalla mia cucina il riso e gli spinaci liofilizzati chiamano il mio stomaco a gran voce e, con un po' più di convinzione e sfacciataggine, scampanello più a lungo. ancora nessuna risposta. penso: la vicina è sorda. o è morta. o è nascosta dietro lo spioncino e non apre agli sconosciuti. o forse non c'è. continuo a scampanellare finchè, impietosito, gerry scotti urla alla mia vicina di andare ad aprire. avverto dei passi cadenzati dalla musica e dai balletti delle letterine e dei giudici. Chi è? mi urla la vicina. con una voce flebile, le dico che ho bisogno di un accendino. Chi è? urla sempre più infastidita. intanto sento che gerry scotti parlotta col marito che vuol rispondere alla domanda "Chi ha esclamato la celebre frase: Il dado è tratto?". Urlo da fuori a gran voce: Giulio Cesare. la signora apre la porta. il marito tutto contento vince 50 euro. gerry scotti lancia la sigla. e io?
Saturday, December 25, 2004
Wednesday, December 15, 2004
Bidibodibu.
L'organizzazione è sempre stato il mio forte. Sabato avevo preparato tutto: preso il libretto degli assegni, riunito le persone per un aiuto concreto e soprattutto di fatica, prenotato il camion per il trasporto e ordinato il benedetto materasso in vero poliuretano espanso che non so che sia ma mi sa tanto di quella roba con dentro l' uranio così impoverito da provocare piogge acide e falle in ozoni bucati. Scendo nel raparto consegna merci di ikea al piano meno due. Ho il numero 178 e noto che ho appena una quarantina di persone davanti. Mi siedo su delle panche tipo stazione anni quaranta e nell'attesa comincio a immaginare il mio materasso e a fare progetti e a organizzare le persone: tu a destra, tu reggi a sinistra, io lo faccio entrare dal portellone e così via. L'ansia mi cresce addosso come decrescono le persone che mi precedono.
Passa più di mezz'ora e mancano due o tre persone. Ho i nervi a fior di pelle che non mi contiene neanche più tra l'altro. Già me lo vedo arrivare questo materasso unoeottanta per due nuovo di zecca e pezzo pregiatissimo sul quale schiaccerò i miei mejo sonni. Tra una fantasia e l'altra sento bippare il marchingegno e vedo il mio numero sullo schermo. Neanche avessi vinto la cinquina al bingo di piazza re di roma mi alzo in piedi e grido: ce l'ho! M'avvicino al bancone e cerco con lo sguardo qualcosa di molto grosso che abbia le fattezze di un materasso svedese biondo con gli occhi azzurri. Mi consegnano in mano qualcosa tipo un canavaccio da cucina. Penso subito ad un errore e l'addetto mi dice che quello è il modello che ho scelto. Mi consegna soddisfatto anche una busta chiusa contenente la garanzia. La tenga da conto, mi dice. Con aria sconsolata prendo la garanzia e questo cuscinetto in mano. Disdico il furgone e saluto le persone che avevo riunito per farmi aiutare. Prendo la strada di casa e porto su il materasso con tale agilità che neanche ai tempi del liceo durante le partite di pallavolo maschi contro femmine. Leggo le istruzioni del materasso e scopro che si ingrosserà in quattro o cinque giorni. Al momento non capisco perché ho speso così tanti soldi per un materassino che a ostia te li tirano dietro a due lire, specie durante l'inverno. Poi do fiducia a 'sti svedesi e adagio il materasso sul letto. Quello comincia a gonfiarsi neanche fosse blob il fluido che uccide. Io nel frattempo caccio un urlo neanche avessi visto l'ectoplasma di padrepio vestito da cowboy al ballo delle debuttanti. Il materasso si triplica e poi si quadruplica a dismisura. Invade la camera e poi a poco a poco tutta casa. Io con atteggiamento da vero uomo scappo via in cerca di aiuto. Ritorno poco dopo con qualche persona che calmi il materasso. Lo trovo. Lo trovo seduto sul divano che si guarda Biutiful. Una birretta nella mano destra, un salatino nell'altra. Mi saluta a mezza bocca. Anzi mi fa cenno di non disturbare. Pare che Rigge sia il padre vero del figlio di Bruk. Nel bel mezzo di questo momento topico, chiudo la porta alle mie spalle e mestamente me ne torno al lavoro. Stasera non so che fare e non so dove dormire. Forse dovrei trovargli una compagna?
Passa più di mezz'ora e mancano due o tre persone. Ho i nervi a fior di pelle che non mi contiene neanche più tra l'altro. Già me lo vedo arrivare questo materasso unoeottanta per due nuovo di zecca e pezzo pregiatissimo sul quale schiaccerò i miei mejo sonni. Tra una fantasia e l'altra sento bippare il marchingegno e vedo il mio numero sullo schermo. Neanche avessi vinto la cinquina al bingo di piazza re di roma mi alzo in piedi e grido: ce l'ho! M'avvicino al bancone e cerco con lo sguardo qualcosa di molto grosso che abbia le fattezze di un materasso svedese biondo con gli occhi azzurri. Mi consegnano in mano qualcosa tipo un canavaccio da cucina. Penso subito ad un errore e l'addetto mi dice che quello è il modello che ho scelto. Mi consegna soddisfatto anche una busta chiusa contenente la garanzia. La tenga da conto, mi dice. Con aria sconsolata prendo la garanzia e questo cuscinetto in mano. Disdico il furgone e saluto le persone che avevo riunito per farmi aiutare. Prendo la strada di casa e porto su il materasso con tale agilità che neanche ai tempi del liceo durante le partite di pallavolo maschi contro femmine. Leggo le istruzioni del materasso e scopro che si ingrosserà in quattro o cinque giorni. Al momento non capisco perché ho speso così tanti soldi per un materassino che a ostia te li tirano dietro a due lire, specie durante l'inverno. Poi do fiducia a 'sti svedesi e adagio il materasso sul letto. Quello comincia a gonfiarsi neanche fosse blob il fluido che uccide. Io nel frattempo caccio un urlo neanche avessi visto l'ectoplasma di padrepio vestito da cowboy al ballo delle debuttanti. Il materasso si triplica e poi si quadruplica a dismisura. Invade la camera e poi a poco a poco tutta casa. Io con atteggiamento da vero uomo scappo via in cerca di aiuto. Ritorno poco dopo con qualche persona che calmi il materasso. Lo trovo. Lo trovo seduto sul divano che si guarda Biutiful. Una birretta nella mano destra, un salatino nell'altra. Mi saluta a mezza bocca. Anzi mi fa cenno di non disturbare. Pare che Rigge sia il padre vero del figlio di Bruk. Nel bel mezzo di questo momento topico, chiudo la porta alle mie spalle e mestamente me ne torno al lavoro. Stasera non so che fare e non so dove dormire. Forse dovrei trovargli una compagna?
Saturday, December 11, 2004
GrandeMente MarieMarion!
"...Avevamo un sogno che si chiamava Basaglia
che non ha mai parlato di abbandonare i malati mentali alle famiglie disperate
avevamo un sogno che si chiamava lavoro
nessuno ha mai parlato di arroccarlo nel castello dei Privilegi escludendo tutti gli altri
avevamo un sogno che si chiamava sana imprenditoria
nessuno ha mai ingiunto di criminalizzare chiunque osasse mettersi in proprio
avevamo un sogno che si chiamava istruzione pubblica
nessuno ha mai scambiato l'istruzione con i troll firmati
avevamo un sogno che si chiamava Democrazia
nessuno ha mai insegnato che essa esiste in quanto impone il rispetto da tutti verso tutti
avevamo un sogno che si chiamava libertà
qualcuno sa che essere liberi significa che il proprio diritto finisce laddove comincia il diritto altrui?
Ma di più
avevamo un sogno che si chiamava lotta
ed è scritto nei cromosomi di ogni cittadino del mondo
appagare gratuitamente il senso della lotta significa
questo sì cittadino Pezzotta
impigrire e rassegnare relegare nel limbo della nonvitamorire da vivi.
Avete voluto il branco uniformato?
presto ne pagherete le conseguenze.
Noi
i pazzi del libero pensiero
il nostro cervello non l'avrete
no".
Tuesday, December 07, 2004
E stasera sera dò a lavare il mio vestito per l'amore.
Sono un muratore provetto. Chiedetemi tutto: un soffitto blu cobalto costa una trentina d'euro di tinta che devi far fare scegliendo accuratamente i pantoni. Ma costa soprattutto una fatica immane spatolare su e giù con la pennellessa e per di più con la cervicale che si lamenta e mi tiene il muso tutta la sera, tanto che più volte io e la cervicale ci siamo chieste come abbia fatto Michelangelo a pitturare certe chiese senza neanche lamentarsi una volta. Le pareti costano 15 litri di bianco lavabile e traspirante chè loro ci tengono all'ecologia e mi sa che sono pure dei verdi. Però costa anche tanta fatica il giorno dopo pulirle con la spatolina se ti sei scordato di metter per terra dei giornali. Il trapano a punta larga buca le mattonelle che è una bellezza. A patto che tu riesca a fare i buchi sulla stessa linea. Altrimenti potresti ritrovarti uno specchio che pende e ogni volta che ti guardi le possibilità sono due: o speri di diventare zoppo o ti specchi con una scarpa si e l'altra no. Pulire i pavimenti è proprio un lavoro massacrante, non parliamo poi dello zoccoletto che per fortuna è maschio, sennò chi se la sente! Il classico del muratore provetto è il panino con la mortadella, che se non è accompagnato dalla birretta perché si è astemi, ti si ripropone ogni quarto d'ora finchè non te ne torni a casa talmente stanco che non senti né più lo stomaco né più le gambe e neanche la tua vicina che ti chiede che ore sono. Oggi più che mai sono convinta che a ciascuno vada il suo mestiere. Il muratore ai muri. Il pittore ai quadri. Il calciatore sui campi con l'agricoltore. La maestra a scuola. L'amante nell'armadio insieme alle mutande buone e alla naftalina. Il fabbro ai suoi ferri come il chirurgo. Quello che non capisco però è come mai le Lecciso sono in tivvù e non sulla strada vicino a quei lampioni illuminati?
Quanti punti fa l'autostima al superenalotto?
Ieri sera la prima seduta di psicoterapia collettiva. Un sacco di gente nuova. Occhi puntati ognuno sull'altro. Sguardi interrogativi. Braccia conserte. Accavallamento delle gambe come in segno di difesa. Tutti in circolo come gli indiani intorno al kalumè della pace. Mi sentivo tanto Abby di Er che cerca di prendere la laurea senza neanche i punti miralanza. Si parlava di autostima, nella seduta di ieri. Non ho seguito granchè. Ho pensato subito di stimarmi moltissimo e di non aver bisogno dei consigli di nessuno, neanche gratis. A poco a poco il mio atteggiamento però è cambiato. Credo sia importante darsi una possibilità e non chiudersi a riccio solo perché si ha paura di aprirsi o di trovarsi dentro cose che potrebbero fare male. Così alla fine ho scoperto tanto di me: ho scoperto che nella lista dei punti sull'autostima posseggo troppo di una persona che si stima ma anche troppo di una persona che ha una bassa considerazione di sé. E ora non so come conciliare il tutto tanto che al bar oggi non sapevo neanche come comportarmi con clara. Ho scoperto che non riesco a fare le visite guidate con cicerone dentro me stessa perché non riesco a chiudere gli occhi di fronte agli estranei e a lasciarmi andare rilassandomi. Ho scoperto che la gente invece si lascia andare benissimo ed è un piacere guardarla di nascosto e giudicarla anche e magari sghignazzare sotto i baffi. Ma la cosa più importantante che ho scoperto è che non ho mai un foglio e una penna a portata di mano. Il venti ci sarà la prossima riunione. Credo che andrò già mangiata. O forse porto la penna, la carta e anche pane e mortadella. Hai visto mai.
Monday, December 06, 2004
Nonsense.
Oggi non so se sono felice o triste. Nell'incertezza propendo per l'essere triste chè fa sempre pandant!
Wednesday, December 01, 2004
Saturday, November 20, 2004
L'amara storia di una placca di pus.
io e la mia placca in gola siamo una cosa sola. ci vogliam bene come due sorelle. lei sta lí che rimane attaccata a me anche nei momenti piú difficili. quando sto male è sempre presente. e non mi fa mancare niente. mi porta il brodino caldo e mi misura la febbre ogni tre minuti, che poi lo sa che è la mia gioia sapere che sono influenzata. ogni tanto la mando al sidis a fare la spesa e mi sa che fa pure fa la cresta per spedire i soldi ai negretti del terzo mondo e giocare al lotto insieme a franca. oggi ha speso per esempio quarantanove euro tondi tondi e mi ha riportato a casa solo due buste di cose inutili. s'è comprata addirittura lo spazzolino nuovo per i denti e novella duemila perché voleva sapere di bettarini e della ventura. mi sa che la mia placca è un po' pettegola. sa i cavoli di tutti gli inquilini della palazzina. sa addirittura che hanno anche occupato l'appartamento della vecchia del quinto piano morta due settimane fa. pare che lo volesse far prendere a un suo parente ballerino albanese ma poi alla fine lui ci ha rinunciato e ha ripiegato su una roulotte con giardino al settimo ponte. ieri siamo uscite insieme e debbo dire che lei fa sempre la sua porca figura: tutti che le chiedono come sta e io passo sempre inosservata. devo ammattere che un po' mi rode ma il piú delle volte me ne faccio una ragione. insomma, non per fare i conti della serva, ma pago sempre io per lei, senza aggiungere quel che mi costa di propoli spray, di propoliurto, di vitamina c, di pasticche balsamiche con dentro ogni ben diddio compresa la pepata di cozze e vongole e la zuppa del casale. credo che un minimo di attenzione la si debba riservare anche a me, o no? ma sai che nuova c'è: io stasera non so se me la porto in giro. lei vuol rimanere a casa a vedere uomini e donne ma da elena c'è la gara di trivial che vinco sempre qualche laurea e mi sento tanto dottoressa. e se lei non vuol venire, 'sti cavoli. mica siamo come i carabinieri!
Non mi va di finire il post.
un mostro si sarebbe sentito meglio di me. ero lá assorta al semaforo rosso e mi giro a guardare un bambino col suo papá su un vespino d'epoca. non so perché quell'immagine mi ha fatto una grande tenerezza e cosí ho fatto al bambino un bel sorrisone di quelli che ti scoprono anche le gengive arrossate. il bimbetto s'è girato dalla parte opposta come se lo avessi scocciato. poi si è girato di nuovo verso di me e mi ha guardato male. sono ripartita e non ci ho badato piú di tanto, finché al semaforo successivo m'accorgo che in un taxi c'era una bimbetta in braccio alla sua mamma. mi ha guardato la bambina e io di nuovo col cuore aperto e la mano tesa gli ho sorriso senza arrivare stavolta a scoprire le gengive. niente da fare. per tutta risposta mi son beccata due occhi d'odio misto a paura. ho cominciato a riflettere su questa cosa. anche se in un primo momento ho imputato questa reazione cosí strana a qualcosa di particolare sulla mia faccia, che so macchie di vaiolo spuntate dopo il viaggio a tagliacozzo o una forma fulminante di herpes zoster dovuto a quelle sette salsicce mangiate l'altra sera alla sagra del maiale e della pecora a vetralla. appurato che la mia faccia è sempre la stessa e non ha neanche mezzo brufolo, ho dovuto concludere altro: che non ci fossero piú le mezze stagioni mi sembra stabilito anche dall'associazione dei tronisti di maria de filippi; che i neri non ballano solo il tip tap pur avendo il ritmo nel sangue non fa piú notizia neanche in padania come non scuce il benché minimo stupore che qui intorno fino a qualche tempo fa fosse tutta campagna e che i mulini girassero a vento malgrado don chiscotte fosse in altre faccende affaccendato. l'altro a cui sono arrivata dopo il mio incontro/scontro con quei ragazzini è che i bambini vanno in giro con delle facce cosí depresse e torve che neanche il mio commercialista ai tempi della visita della finanza. ma che ne so, io mi immagino i bambini come il fanciullino che mi porto dentro: allegri, spensierati, sorridenti, che fanno i pensieri piú strampalati e disegni colorati e immaginano animali e cose solo guardando una nuvola in cielo. quelli che vedo in giro mi mettono a disagio. mi impauriscono per la loro freddezza, per quegli occhi cosí determinati. per quell'aria di sufficienza e quell'essere scostanti e seri e padroni del mondo giá da piccolini. ho paura perché saranno padroni del domani, anche del mio domani: saranno il futuro medico che mi curerá l'alopecia o il ginocchio della lavandaia, la sciampista che mi laverá i capelli bianchi azzurri, il veterinario che si occuperá del mio cane cieco o la cameriera che mi servirá un piatto caldo al ristorante, il politico a cui daró il mio voto o il prete che dará a me l'estrema unzione. e ho il terrore di finire in mano loro. che poi, mi chiedo, se uno perde il gusto della vita e del gioco giá da piccolo, ma che campa a fare. non so chi dice che l'ironia è il sale della vita: possibile si mangi sciapo giá da piccoli?
Saturday, November 13, 2004
La mia vicina s'è sentita male stanotte.
bum bum e non ci capisco un cavolo. bum bum sento che battono alla porta. bum bum realizzo che qualcuno mi sta chiamando. corro, giro la chiave ché di solito son sempre quelle due o tre mandate. la vedo. capelli dritti in testa da piega di cuscino. aria emaciata e sofferente. mani giunte sullo stomaco. alito pensante, quasi acido. m'arrabbio per un secondo. ma poi mi fa tenerezza. si sente male e vuole correre al pronto soccorso. le serve un passaggio. io non ho la macchina. ma ci pensiamo dopo. la faccio sedere sul divano. è piú piccola di quello che ricordavo e anche piú invadente. le chiedo cosa si sente. un malessere generale risponde a mezza bocca. le chiedo dove le fa male questo malessere generale. dice la pancia, lo stomaco, il cuore, la testa. un cesso, le ribatto io per cercare di tirarla su. lei non si tira su anzi è piuttosto depressa. non sono un medico e non so che fare. le chiedo se vuole rimettere. le chiedo se ha l'apparecchio per la pressione, se si tratta di influenza, se soffre di calcoli, se è andata in bagno la mattina, se il marito la tradisce. cerco di distrarla in ogni modo e soprattutto di avere una voce rassicurante per quanto uno possa essere rassicurante alle tre di notte dopo esser stato svegliato di soprassalto nel bel mezzo della fase rem. mi sento tanto il dottor carter di ER e credo che in ognuno di noi alberghi il sogno di giocare al dottore, di inseguire un'autoambulanza che corre a sirene spiegate e di vincere al lotto senza aver giocato. continuo a farle domande ché mi sto pure spazientendo. le chiedo se vuole un bicchierino di porto. magari digerisce. a casa ho solo quello che mi hanno regalato a un natale insieme alla classica colomba mandorlata. che tirchi. mi dice che un pezzetto di colomba le andrebbe. ma poi sento che sta per sentirsi male al solo pensiero di ingerire cibo. capisco che il problema è lo stomaco. le chiedo se ha preso freddo. se ha mangiato le cozze. se ha i vermi e se ha fatto la sverminazione. lei accenna un sorriso. patch adams sarebbe contento di me e pure robbin uilliams. le chiedo se vuole una camomilla. dice di no. per fortuna perché non ce l'ho. le chiedo se vuole un bicchiere d'acqua calda che rilassa i muscoli e aiuta la digestione. lei accenna a qualcosa con la bocca. non capisco che tra l'altro con l'etá sto diventando anche sorda. le faccio ripetere ció che ha detto. Canarino è l'unica parola che riesce a dire. neanche fosse un pappagallo. corro subito in cucina. ho dei limoni quasi verdi muffa che non sapevo che farci e comincio a scaldare l'acqua e a gettarci scorze di buccia all'impazzata. faccio bollire 'sto bibitone che mi sento magamagó. appena freddo lei lo beve tutto d'un fiato. apro la finestra per lasciar passare un alito d'aria. i malati han bisogno d'aria fresca: aiuta il rigor mortis. vado in bagno a rifarmi il trucco. torno e non trovo la trovo piú. credo abbia preso il volo. sará stato per quelle scorze di troppo nel canarino?
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