Wednesday, May 16, 2007

artisti

sono stata allevata all'arte. a casa mia si poteva disegnare sui muri, anzi mia madre era contenta se mi sbizarrivo in ogni tipo di esternazione artistica. così ho cominciato a scarabocchiare qua e là fin dalla tenera età. credo che il mio capolavoro siano le pareti della mia vecchia camera da letto. ho iniziato scrivendoci una frase in greco "late biòsas". mia madre s'era tutta ringalluzzita alla vista di quel capolavoro. mio padre andava in giro a vantarsi a destra e manca che io scrivevo sui muri come gli egiziani. quando la gente veniva a casa il tour partiva dalla mia camera: c'era un cicerone che illustrava ogni mio passettino pittorico compreso quello di aver ritinteggiato le pareti del bagno quando è scoppiato lo scaldabagno. io, di nascosto, facevo pagare anche il biglietto: loro non l'hanno mai saputo. ma non mi sono fermata alla scritta in greco. credo che l'opera migliore sia la parete sopra il letto. ho unito l'utile al dilettevole.
odio le zanzare. sono uno di quei tipi che, se c'è una zanzara nel giro di qualche miglio, non dorme. perchè? odio gli sfruttatori, quelli che "campano" succhiando il sangue altrui. almeno, poi, mi pagassero la trasfusione. le mie notti estive sono molto infuocate, delle vere e proprie battaglie. quando dormono tutti, se c'è un'intrusa in casa, inforco gli occhiali, mi armo di ciabatta, a volte mi metto la bandana in testa come rambo due e comincio a sezionare la camera centimetro dopo centimetro: ho scoperto che le "bastarde" son pure intelligenti e cercano quadri e stampe per mimetizzarsi e fare le vaghe per passare inosservate. ogni tanto, quando mi guardo allo specchio così agguerrita, ripenso a quei due o tre insegnamenti di buddismo: in ogni creatura potrebbe essere la reincarnazione di qualcuno delle tue altre vite. il pensiero dura poco, però. anche perchè la guerra è guerra. così individuo la vittima e sbam: una bella strisciata di sangue sul muro con relativa impronta numero quarantuno. sono anche sadica, non lo nascondo. sotto la strisciata ci apponevo anche una piccola scritta con la data e l'ora del decesso, come nei telefilm americani. mia madre s'è ritrovata una parete che è un vero "bijù", un piccolo cimiterino in casa. è arte anche questa, ammettiamolo!

Friday, March 30, 2007

amarecorde

La gente non se ne rende ancora conto. Sappiamo solo che ci sentiamo deboli, ma quando possiamo controllare gli altri stiamo meglio. Non riusciamo però a capire il prezzo che pagano coloro che ci circondano per questa nostra sensazione di benessere: in pratica noi rubiamo la loro energia. La maggior parte delle persone trascorre la propria esistenza alla ricerca dell'energia altrui." La profezia di celestino

“d'aprile non ti scoprire, di maggio vai adagio, di giugno cavati il cuticugno (soprabito)…” ogni volta che sta per arrivare aprile mi ripeto nella testa come in una litania infinita queste parole che ripeteva mia madre qualche anno addietro, quando i mulini erano bianchi, le stagioni non erano mozzate e io ero qualche centimetro indietro sia nel corpo che nel cuore. mi ripeteva ‘sta cosa ad aprile magari in occasione di qualche gita scolastica con la maestra rosa: mi esortava a non spogliarmi se ero sudata e a non prendere il sole per evitare insolazioni, colpi d’aria e colpi di testa insomma le raccomandazioni solite delle mamme oltre a quella fondamentale di non rimanere incinta, mia mamma era all'avanguardia. per fortuna allora ero morigerata, credevo in dio e nel matrimonio. volevo due bambini, un maschio e una femmina: nichole e olivier. chissà perché due figlioli con nomi francesi. pensavo che sarei diventata “qualcuno” quando ero piccola. dopo un primo momento di sbandamento, verso i sei anni, in cui volevo essere come mariuccia la parrucchiera di mia madre o come mia zia che faceva la hostess per l’alitalia, ho cominciato a sognare gli agnelli: mi addormentavo serena la sera anche se non eran ancora pecore. volevo diventare una manager rampante e spietata, mi colpì la morte della bellisario che stimavo e onoravo ed era incorniciata in camera mia insieme alla foto dell’avvocato, alla carta intestata del partito socialista firmata nientepopodimeno che da craxi, alla foto di hitler e alla scritta sul muro “late biòsas”. a otto anni, pagavo mia madre. mi ero fatta artigianalmente un libretto degli assegni personale con fogli rosa pallido spillato di lato: le lasciavo la mattina gli assegni per farla contenta e per arrotondare il budget familiare, pensavo io. aveva grandi speranze per quella figliola strana che scriveva sui muri, disegnava in silenzio, parlava solo per sentenze, ascoltava tutti e aveva manie di grandezza. le dicevo che l’avrei portata in giro per il mondo, le dicevo che con i soldi avremmo risolto tutto e ero ancora lontana dal capire che coi soldi non si compra né la felicità né le persone né tantomeno un posto al sole all’interno di se stessi. non so a cosa fosse dovuta questa mia mania, forse era rivalsa per i miei due genitori così generosi e idealisti che erano scappati da tutto e da tutti per il loro sogno d’amore non piegandosi mai a nessuno ma soprattutto non vendendosi mai. o forse era solo un prendere le distanze da una madre che si preoccupava per tutti, che c’era per tutti e che malgrado tutto si faceva in quattro rimanendo sempre dimezzata nell’animo e nel cuore. pian piano tutti i miti che erano appesi in camera mia son caduti, gli agnelli, craxi, hitler e la sua follia, così come i miei sogni balzani sull’imprenditoria e sulla spietatezza, sulla rivalsa e sulla disumanità. m’accorgo a volte che passano gli anni (ma otto son lunghi però quel ragazzo ne ha fatta di strada) e pur essendo diverse son sempre più uguale a mia madre e quei vortici in cui cadeva lei spompandosi e facendosi succhiare tutte le energie sono il mio pane quotidiano. mi ripeto le parole della profezia di celestino che mi disse dieci anni fa leonardo: esistono spiriti vampiri, gente che ti ruota intorno solo per impossessarti della tua forza, gente che vive e brilla della tua luce, gente che ti fa del male perché si adagia anima e corpo su di te. non so se quegli spiriti esistano, non ho la certezza. so che alle volte mi sento più svuotata del normale. ieri parlando della mia grafia è venuto fuori che il fatto che sia perfetta è perchè voglio celarmi, sembra quasi che voglia nascondermi. e allora mi torna alla mente quella frase che inconsapevolmente scrissi sul muro della mia camera un pomeriggio che il greco non andava né su né giù: late biòsas. “vivi nascosto”, solo nascondendo una parte di me posso preservarla e difenderla. solo celando certe parti di me, posso nascondere quelle fragilità che ancora oggi non riesco a combattere. solo che alle volte nascondo così bene che poi valle a ritrovare le cose!

Thursday, March 08, 2007

dio e altre catastrofi

ho perso la fede che avevo una decina d'anni o poco più. provengo da un'antica famiglia di grandi bestemmiatori e di accaniti fumatori. malgrado questo, forse per reazione, da bambina che ero già alta come la maestra rosa ero molto credente e non fumavo. frequentavo l'oratorio dove giocavo a pallone e tiravo di quei calci da spaccar le gambe, avevo un rosario fosforescente appeso vicino al letto e una bibbia tutta disegnata a colori che allora guardavo solo le figure e non ero una gran lettrice. facevo catechismo ogni giovedì e mi preparavo per quella che era la mia prima comunione, sapevo tutto di gesù, della sua madre madonna che ancora non cantava, di parabole anche se ancora sky era in fieri nel mondo delle idee di murdoch. mia madre bestemmiava per questa mia fede ma dentro credo ammirasse quella figliola così strana che amava dio nonostante le grandi tradizioni di famiglia. forse le ricordavo un po' lei che a sei anni voleva convertire il diavolo e aspettava il momento di vederselo sull'altare, per parlarci e farlo passare dalla parte dei buoni, povero diavolo. ho perso la fede suppergiù quando successe un fatto che sconvolse l'italia, alfredino si chiamava quel bimbo lì chiuso nel pozzo per giorni e giorni: mi ricordo la mia prima nottata in bianco, la tivvù con la prima diretta notturna, i primi scoop da grande fratello e televisone del dolore, pertini che faceva il presidente buono e bruno vespa ancora senza tanti nei anche perchè i pixel della tivvù rimandavano solo immagini mezze sbiadite e poco colorate. vivemmo tutti quella tragedia impotenti, atterriti, esterrefatti per questo spettacolo disumano, crudele, meschino, cattivo, senza senso che ancora non c'era vasco rossi a cercarlo per noi. immaginavo quel bimbetto solo con se stesso, senza sua madre a tenergli compagnia, senza possibilità di uscita, al buio in quell'antro costretto e ristretto, scene e immagini raccapriccianti che non si spiegano. ricordo mia madre che bestemmiava quella notte lì e mio padre che fumava. ogni tanto si davan il cambio come nelle partite di calcio. nel frattempo io ho cominciato ad articolare i miei primi pensieri da adulta: perchè fu la prima domanda, perchè quello che doveva esser un "dio buono" (e non è una bestemmia) faceva accadere tutto questo a un esserino come me. non mi davo pace e cercavo risposte, con gli anni ho scoperto che il vento ne raccoglie tante. ho chiesto a mia madre, abbiam parlato giorni e ore senza interruzione, forse qualcuna solo per svuotare i posaceneri dalla finestra. chiedevo a scuola e alle altre bambine. chiedevo alla maestra rosa che non mi dava grandi certezze se non "da grande capirai". la mia ricerca continua finì con l'unico che poteva darmi delle risposte sicure, colui che era in contatto diretto e che aveva il cellulare personale di dio: cioè il mio prete, quello del catechismo. "dio è sceso sulla terra per prender con sè le anime più innocenti" mi rispose quel domenicano lì con la faccia rossa, i sandali anche d'inverno e le mani sudaticce. non mi convinse, che i bambini sembran stupidi ma ce ne vuole per persuaderli. sentii dentro un moto di rabbia: credo che quello fu il primo "vaffanculo" della mia vita mia e la mia prima giornata da atea. ancora oggi io e dio non ci parliamo per la storia di alfredino e per certe altre questioni burocratiche e logistiche, però io ci spero sempre che ogni tanto al posto di due o tre anime innocenti si prenda l'anima di qualche "sgarrupato".

Thursday, February 01, 2007

perché sanremo é sanremo

l'anno che sono nata, nada cantava "ma che freddo fa"; quel febbraio fuori l'ospedale doveva fare un gran freddo, mia madre era ancora una bambina e io con lei. mi racconta sempre che lei e le altre mamme passavan la serata ad ascoltare il festival con le canzoni che risuonavano per gli androni freddi vuoti lunghi e bui dell'ospedale dando un po' di vita a quella parte di ospedale che stava già lì per darla, la vita. il primo ricordo di mia madre appena sveglia son state le note di nada, le rose rosse appassite di mio padre che un'infermiera sbadata aveva lasciato su un termosifone acceso e la mia faccetta curiosa e incuriosita. ogni sanremo ci penso sempre alla mia mamma bambina, alle rose rosse appassite e a quella faccetta lì chè forse son cresciuta qualche centimetro in più ma la curiosità non m'ha mai abbandonato. mi chiedo spesso come tutti gli esseri pensanti e neanche tanto dotati di spirito filosofico chi siamo, da dove veniamo, dove andremo ma oggi più che mai mi chiedo perchè sanremo è sanremo? che vuol dire che sanremo è sanremo. anche roma è roma come pure frattamaggiore è frattamaggiore cosí come montesilvano é montesilvano ma non per questo si vantano nel raddoppiarsi il nome.
ogni anno come dopo le elezioni ci aspettiamo che le cose cambino; che le canzoni siano ancora piú belle e creative e melodiose ma allo stesso momento moderne, accattivanti e trendy; ci aspettiamo che ci siano nuovi talenti pieni di cosí tanti talenti da ridare il significato giusto alla parola parabola oggi inflazionata e nominata solo per sapere cosa ha fatto la roma e chi ha vinto il grande fratello. ci aspettiamo che a presentare sia qualcuno che ci strappi una risata, magari solo perché dobbiamo seppellire qualcuno. ci aspettiamo che gli ospiti stranieri, almeno loro, si improvvisino e improvvisino lasciando qualcosa al caso, al caos, alla pazzia, a quella variante impazzita che uno durante la serata riesce persino a dimenticare le tensioni della giornata, il traffico congestionato neanche avesse mangiato un bue, la rate del plasma da pagare a gocce di plasma, i vigili che ti fanno la multa per divieto di troppa sosta in questa vita. ci aspettiamo che dietro la musica non ci siano colossi e molossi che spingono quel cantante perché figlio di, nipote di, cugino di, parente di, portiere di, lontano amico di, lontano lontano nel tempo parrucchiere di. ci aspettiamo di vedere facce nuove, senza rughe tirate, senza nasi tirati pure loro, senza guance imbellettate, magari donne con un filo di perle ma anche un un filo di pancia, ragazzi con barbe curate ma che curino anche la barba che producono nel sentirli cantare, ci aspettiamo di vedere sul palco presentatori giovani e giovanili, senza parrucche come i giudici inglesi né tight come i reali inglesi. ma come il natale di eduardo, anche questo sanremo si presenta con tutti i santi crismi: gente riesumata da tombe egizie, gente che ha pagato per stare sul palco, gente che critica il sistema sistemandocisi bene e accomodandosi meglio, gente sopravvalutata, sovrastimata, eccessivamente apprezzata, ammirata, considerata. in quei giorni lí tutto fará notizia, tutto fará audience, speriamo che tutto fará anche brodo che con due quadrucci ci sta sempre bene, fino a che, come per le olimpiadi e il pattinaggio, non si spengon i riflettori e allora mi viene in mente tenco che non lo lasciano in pace neanche nella tomba: ecco, la musica è finita, gli amici se ne vanno che inutile serata...e pensare che lui per sanremo ci si è sparato. se solo avesse aspettato, si sarebbe sparato oggi!

Tuesday, January 02, 2007

tutte le strade riescono col buco.

Il buco con l'asfalto intorno. chi abita a roma lo sa: non so che tipo di asfalti usino per le nostre strade, probabilmente quelli fatti con la pizza di fango del Camerun, ma quello che so per certo é che dopo una giornata di pioggia, ci sono più buche che strade. chiamarle buche gli fai un gran bel complimento e loro ti ringraziano anche facendoti ciao ciao con la manina. infatti sarebbe piú giusto parlare di voragini che mi vengon le veritigini, strapiombi come canyon, grotte in cui nascondersi, squarci della terra che neanche la faglia di santandreas che provoca un sacco di terremoti e prima o poi la california si staccherá e se ne andrá a spasso nell'oceano. qualche giorno fa viaggiavo sullo stradone di casa vicino al circo togni. una fila mostruosa tanto che ho pensato, strano il circo va ancora di moda. poi guardando bene mi sono accorta che s'era aperta nella notte una mega-voragine che si vedeva il mondo dall'altra parte. io ho salutato gli australiani e dalla buca ne è uscito un canguro che se ne è andato "lillo-lallo" in direzione circo, non sa a cosa va incontro, poretto lui.
altra fila epica in via appia: un gruppo di ragazzi ha cominciato a giocarci a otto e quindici con quella buca lì. uno di loro ha fatto tutti centri, era miope tra l'altro. superata l'appia, il mio calvario è continuato fino a piazza dei navigatori, un traffico cosí congestionato che ho pensato fosse la ricorrenza delle fosse ardeatine dove si spostan tutte le auto blu dei presidenti e dei portaborse compresi. piú mi avvicinavo e piú scorgevo un capannello di gente; incuriosita mi sono sporta bene dal finestrino: un gruppo di drogati in estasi per un buco cosí largo che non bastava tutta la droga del mondo. è scattato l'applauso, un bell'applauso non c'è che dire. al colosseo una bella buca grandezza uomo e cosí profonda che hanno deciso di seppellirci uno. bella la cassa, un sacco di corone. doveva essere uno importante. c'erano tutti i parenti intorno. e il comune dovrebbe pure risarcirli, secondo me, visto che l'hanno ricoperta a spese loro.

Wednesday, December 06, 2006

ma un re senza corona e senza scorta bussò tre volte un giorno alla sua porta

prima o poi riusciró a scrivere di nuovo. perdonatemi, parlo a quei sette o otto lettori fedeli e sinceri. per scrivere devo essere ispirata e oggi come oggi mi sento aspirata, aspirata dalla dalla realtá che inseguo e soffoca, che rifuggo e mi insegue, che vivo annotando sul taccuino dei creditori. prima o poi ci riusciró. intanto penso. che si sa chi pensa non piglia pesci che con urano e mercurio quadrati se li famo sulla brace.

Thursday, October 19, 2006

Cosa succederá alla ragazza? 1992

"La metro dei riflessi, gli sguardi verso il vetro, gli appositi sostegni verticali, le mani che fatali li discendono, e quelli orizzontali, in alto i polsi e gli orologi viaggiano da soli. La metro, i seduti di fronte sono semplicemente gli avanzati dal viaggio precedente che andava dove vanno tutti i presentimenti, eccetera. In un soffio di porta, fa l'ingresso la bella incatenata a testa alta; invece i viaggiatori sono entrati col capo chino, e l'umiltà dei frati. Bella incatenata dai sui stessi ormeggi: la cinghia della borsa, e stringhe mosce, e fasce di camoscio e stratagemmi dei morbidi tormenti d'organzino. Si fa la trigonometria, nei finestrini corrispondenti agli occhi alessandrini, di lei che guarda fissa un suo sussulto fuso nel vetro, che le ricorda tanto un suo sussulto. La metro piomba nella... galleria, come un eccetera eccetera, che continua tremante veranda di lettura, da un attico mittente, tutta giù a fendente. E più di tutti i giornali e i giornaletti ha successo una scritta: In caso di necessità rompere il vetro, e tutti i trasgressori saranno eccetera. La metro si avvicina alla stazione prossima e rallenta. I posti a sedere, ad occhio e croce: diciamo trentasei; le scale sono mobili, ma le pareti no, e fermi i corridoi; la folla passa e sale. La metro accelera, eccetera, eccetera, e puntini di sospensione." Lucio Battisti

la metro accelera...scontro fra i treni, morta una ragazza, indagato il macchinista. stop.

Saturday, August 26, 2006

il giubbotto

E chi ci avrebbe mai creduto. Ho imparato tardi a guidare la moto e tra l'altro non sono neanche 'sto grande pilota. Quando mi voglio prendere in giro dico che faccio le curve sul cavalletto. Mi piacciono le due ruote ma a dovuta distanza: sará colpa della luna in vergine che da buona pigra ama le comoditá e la sicurezza. Sto trattando in questi giorni sul prezzo di un giubbotto di pelle usato. Nuovo no, a causa delle finanze post vacanziere. Ne ho provato uno, l'altro giorno. La ragazza, gentile e molto fiduciosa, mi ha detto di indossarlo con la moto per vedere se aderiva bene. Lei chissá di quali prodezze ha pensato fossi capace. Ho indossato il giubbotto nero rosso e bianco con protezioni da vero bikers e ho acceso la moto che, ringalluzzita da tale magnificenza e probabilmente non riconoscendomi cosí bardata, s'è impennata tutta. Impaurita ma con molta dignitá ho girato di corsa la chiave per spegnerla. Mio dio! come si permette, ho detto tra me e me. Andare su una ruota, io che ho paura anche delle due ruote. Ho riprovato ad accendere con molta circospezione e tenendo il piede sul freno e la mano sulla frizione. S'è accesa senza impennate; ho provato ad ingranare la prima e a dare un gas leggero come se l'episodio di prima non m'avesse neanche toccato. Ho fatto un bel sorriso alla ragazza del giubbotto che mi guardava tutta speranzosa di vedere chissà cosa. Un rombo enorme e sinistro è uscito dal motore. Uno stridío di gomme e una partenza che allo starter del gran premio di occhenaim avrei lasciato dietro rossi, biaggi e anche maicol felps. Per fortuna che all'incrocio con la piazza non passava nessuno. Subito il motore è salito su di giri. Ho girato a destra verso il Palladium e ho toccato col ginocchio per terra tanto che mi son giocata i pantaloni buoni della prima comunione. In pochi secondi ero a cento, centodieci, centoventi, centotrenta sulla salita vicino l'ospedale. Ho pensato: vabbé, perlomeno il pronto soccorso è vicino. Poi ho chiuso gli occhi come se la cosa non mi riguardasse piú. Altra curva in discesa stavolta, altro ginocchio buono partito. La moto continuava ad andare come posseduta. Al primo giro della garbatella ho battuto tutti sul tempo e ho visto clara al bar sventolare qualcosa di simile a un paio di mutande a puá da uomo. Al secondo giro, ho preceduto una cinquecento rossa truccata e una bmw della polizia che inseguiva due extracomunitari neri su una vespa argentata. Al terzo giro si è formato un capannello di gente con le classiche trombette da stadio e con striscioni e cartelli che data la velocitá e la miopia non sono riuscita a leggere. Poi, all'angolo tra la piazza e il parrucchiere di roberta è finita la benzina. Appiedata e un po' sconvolta ho riportato la moto al suo posto. Mi sono tolta di corsa il giubbotto di pelle nero rosso e bianco con protezioni da vero bikers e l'ho restituito alla ragazza mettendole come scusa che con la velocitá si gonfia troppo. Credo che per quest'inverno potrei ritirar fuori dall'armadio quel vecchio spolverino grigio finto militare. Mi va un po' corto di braccia, ma almeno non m'ha mai fatto brutti scherzi!

Friday, August 11, 2006

il cancello.

è proprio vero saturno arriva per tutti e la ventata di cambiamenti è qualcosa a cui non puoi opporti, anzi devi abbandonarti come canna al vento e lasciare che sia. saturno nella giornata del dieci luglio scorso ora locale quindici e trenta è passato proprio sotto casa mia attuando la piú grande delle rivoluzioni nella storia di questi palazzi: per ragioni di sicurezza è stata stabilita la chiusura dei cancelli d'ingresso delle auto, delle persone, dei cani e degli handicappati. al passo coi tempi, ci è stata data una bella chiave marcata silca (un telecomando era cosa troppo innovativa) e l'ordine di richiudere il cancello ogni volta che entriamo o usciamo. ora, partendo dal presupposto che la pigrizia non è solo il mio passatempo preferito ma è il vero sport nazionale, questa innovazione non è piaciuta molto alla gente di queste palazzine che, pioggia o vento, caldo o freddo, deve uscire dalla sua automobile, lasciarla in balia di qualche zingaro infelice che vuol ritrovare la propria felicitá, aprire a mano il cancello che non so perché torna indietro se non stai attento, risalire sull'automobile insieme allo zingarello che non ha fatto in tempo a rubarti la macchina, ridiscenderne subito dopo aver passato il varco e accompagnare poi il cancello fino alla chiusura per far si che non sbatta che, si sa, chi rompe paga. insomma una vera palestra gratuita che non "sconfinfera" tanto alle persone figurarsi a me. i primi giorni, dopo un tentativo di sabotaggio durato appena ventiquattro ore nelle quali il cancello è stato rimesso a posto, vedevi capannelli di gente infuriata che protestava e se la prendeva ora col governo, ora con moggi, ora con berlusconi, tanto per cambiare. dopo qualche giorno la situazione s'é calmata e ho pensato che nella vita basta un po' di tempo e l'abitudine ci rende schiavi anche delle cose improponibili. quindi tornavo la sera a casa e, una volta imprecando una volta rassegnata, scendevo dalla macchina per aprire e poi richiudere il maledetto. in questa mesata qui peró ho notato che il mio arrivo coincideva con un'entrata di un tot di macchine e di vecchie con le sporte e un'uscita di un tot di motorini e di vecchi con i bastoni. ho pensato che fosse una strana coincidenza: magari capitasse a me, mi son detta, di trovare il cancello aperto da qualcun altro. da qui l'idea che nasce dalla necessitá, che sia virtú o no, quello è un altro discorso. ho cominciato ad appostarmi in uscita e in entrata per sfruttare la scia della macchine ma soprattutto per evitare quello stress enorme dello scendere, aprire, risalire, ridiscendere e richiudere. ho studiato per bene tutti gli orari di uscita e di entrata delle trecento persone di queste palazzine facendone anche dei grafici in tridimensionale per avere la situazione sotto controllo. da qualche giorno con il mio metodo trovo sempre il cancello aperto. solo l'altra sera che il traffico mi ha bloccato sull'appia, ho perso l'entrata delle diciannove e ho dovuto aspettare in macchina il signore della scala H che era fuori a una comunione ed è tornato a mezzanotte e mezza. certo é stato stressante ma son veramente casi sporadici!

Thursday, July 20, 2006

come dentro un film

vivo al settimo piano. che dire, uno spettacolo continuo. macchè. ma quali tramonti mozzafiato, quali albe rosate, quali panorami da urlo, quale ponentino rigenerante.
è che la mattina non posso mai aprire le finestre per far entrare la luce del sole e il tepore della primavera. loro s'impossessano della casa, entrano ed escono come se niente fosse. girano per le stanze come fossero in casa loro, commentano se c'è polvere sulla libreria, se il bagno è adeguatamente pulito, guardano il dipinto mai finito alla parete ed han da dire anche sul soffitto blu e sulle mie tecniche improvvisate di pittura. ieri mi girava per casa federico fellini: dice che sta lavorando a un film nuovo; io gli credo sulla parola. pensa solo che il padre di costantino fa il muratore: quante ne ha dette guardando le mie pareti, tu non ne hai idea. non parliamo poi del frigorifero che è sempre vuoto: c'è chi ti richiede la pasta di farro perchè è allergico alla farina di campo; chi ti ordina il latte di soia chè è più digeribile; chi le birre chè ha una vita sregolata; chi il caffè d'orzo chè sennò non chiude occhio per tutta la notte; insomma aprire le finestre è una rimissione sicura e una richiesta continua tanto che a volte mi tocca stare tappata in casa al buio per avere un po' d'intimità.
questa è la dura realtà per chi abita vicino agli studios di cinecittà. sono assaltata da amici e amiche che m'invadono casa solo per l'autografo di daniele interrante o che sperano di vedere lele mora alla fermata dell'autobus. gente che mi rincorre solo perchè in lontananza sente puzza di gianni sperti o pensa che io tenga di caprio e scorsese nell'armadio insieme ai giubbotti da moto e alle scarpe invernali; maria che mi entra ed esce di casa come fosse la mia filippina: l'altra sera ha convocato le due portiere dell'enasarco, la pellicciaia mia dirimpettaia e la signora zoppa del quinto piano tutte a casa mia. ha proposto loro una sfida. il terreno di gioco è stato il pianerottolo: giudici il maestro alessandro alessandro e il maestro di vigevano. la prima prova è stata una sorta di musichiere: una volta dato il via alle note le concorrenti han dovuto fare i sette piani di corsa, suonare al mio campanello e dirmi il titolo della canzone. essendo più allenata, la gara è stata vinta dalla portiera che ha indovinato al primo colpo Beguine di jimmy fontana del sanremo '82 e al terzo piano è riuscita anche a lustrare col sidol la targhetta dell'avvocato. la seconda prova ha visto la pellicciaia contro la signora zoppa del quinto piano: la pellicciaia è riuscita a indovinare senza sbagliare tutti i rumori provenienti dai vari appartamenti, compreso il rumore dello sciacquone rotto che assomiglia a uno stantuffo della signora maria e quello della fuga di gas della bombola del sor peppino. alla fine dei giochi maria s'è complimentata con tutti e come premio kledi ha dato un bacio alla vincitrice e ha fatto ballare la signora zoppa; tanto si sa che è abituato a far ballare cani e porci. quando c'è troppo frastuono arrivano sempre le forze dell'ordine capitanate da claudia pandolfi e ricky menfis. ristabiliscono l'ordine, mandano tutti a casa e riescono a firmare anche qualche autografo. solo una volta mi sono veramente spaventata: eran le sei di mattina e sentivo tutto un vociare fuori al balcone. ho pensato agli extraterrestri venuti in segno di pace a scegliere le persone più preparate per un giro intergalattico solo andata senza ritorno. ho alzato pian piano le serrande e mi son trovata di fronte uno spettacolo raccapricciante: raul bova in tunica e sandali che parlava con gli uccellini, con il gatto del vicino e col mio tappeto blu steso ad asciugare la sera prima. la cosa strana non è che il tappeto gli rispondesse ma che gli chiedesse il nome del suo agente: dice che si vuol buttare nel cinema, magari in qualche grossa produzione di film su alì babà. pare che i tappeti a ollivud vadano via come il pane sciapo!

Monday, July 10, 2006

I sogni son desideri.

il vecchio silibusaid glielo aveva detto che era piccolino e ancora sdendato: "vedrai, zizou mio, vedrai ti farai anche se hai le spalle strette e giocherai con la maglia numero sette". dopo quelle parole profetiche che divennero anche una canzone, silibusaid morì di gotta ai piedi nei primi anni settanta e quel ragazzino divenne grande e forte, uno dei più forti giocatori al mondo come aveva detto il grande vecchio. vinse campionati del mondo e scudetti, coppe in giro per l'africa e in giro per l'europa, vinse anche una partita a tresette con janvanjàn che tutti se la ricordano ancora e ci hanno scritto libri e trattati. ma quel ragazzino, fragile e con gli occhi da cerbiatto, aveva un solo sogno nella vita che non era il tresette neppure quello col morto, che non era il calcio nè i campionati del mondo, che non erano i soldi e la fama e la maglia numero dieci di tutti i goleador da platini a robybaggio. no, quel ragazzino diventato adulto e leggermente calvo chè tutti i geni son pelati, voleva diventare giornalista, assemblare e assortire parole su un foglio bianco come i suoi movimenti dentro un campo di calcio, quel ragazzino voleva scrivere per un giornale importante e lasciare la sua firma e le sue impressioni, il suo verbo e la sua fantasia. quel ragazzino, zizou per silibusaid, ieri nove luglio duemilasei ha realizzato il suo sogno: partecipare al mondiale per un'accreditata Testata francese. quel ragazzino ce l'ha fatta. applausi. clap clap.

Matrioska

Compongo il numero. "Benvenuto nel nuovo servizio abbonati. Il servizio è disponibile dal lunedi al venerdi dalle 11 alle 13 e dalle 14 alle 19.30. Se è un cliente Tal de' Tali la chiamata è gratuita. Se è un cliente aziendale digiti 1, se chiama da rete fissa digiti 2, se è un cliente residenziale digiti 3 ".
Col cervello in fase di liquefazione come il sangue nell'ampolletta di San Gennaro, spingo 1 e attendo. Ricomincia la solfa: "Se desidera trasmetterci dei dati digiti 1, se desidera fare richiesta dati digiti 2, se desidera il dettaglio chiamate digiti 3, se desidera parlare con un operatore digiti 4".
Alla parola operatore, mi brillano gli occhi neanche alla vista di Padre Pio che fa il miracolo.
"Quella" ricomincia: "Se desidera sospendere il servizio, digiti 1; se desidera fissare un appuntamento digiti 2, se desidera altre informazioni digiti 3".
Completamente imbambolata sul da farsi, spingo il 3: "Se desidera parlare con un operatore per chiedere informazioni digiti 1, se desidera parlare con un operatore per invitarlo a cena digiti 2, se desidera parlare con un operatore per sfogarsi dei suoi problemi digiti 3, se desidera solo un operatore digiti 4".
Mi butto alla cieca e spingo 1: "Se è un cliente abbonato da più di tre anni digiti 1, se è un cliente che deve abbonarsi digiti 2, se è un cliente del dottor Galano digiti 3".
Facendo mente locale sul nome del mio medico di base, spingo 1 e attendo: "Se desidera avere un prestito a interessi zero da restituire nella prossima vita smetta di frequentare il corso buddista, se desidera fare tredici al lotto cambi spacciatore, se desidera andare in vacanza gratis a costi zero e senza passare dal via c'è un Cim poco lontano da casa sua".
Esterrefatta, metto giù la cornetta e impreco. Squilla il telefono e rispondo. E' l'operatore del tasto 4 che mi invita a cena. Accetto. Ma paga lui.

Thursday, June 22, 2006

Mondiali 2006

saranno state le undici che avevo finito il primo sonno quello della digestione sul divano quando gli occhi ti si storcono e s'invertono al tal punto che ti fanno male e le palpebre ti si abbassano anche se non vuoi e tu sei lì che ti sforzi e dici "come è possibile che non riesco a dominare il son.." e non finisci la frase perchè già stai ronfando con la pubblicità a palla che il vicino seppur sordo ti ringrazia per l'effetto dolby sorround. quale posto migliore per dormire se non il divano, visto che dopo te ne vai a letto e gli occhi che prima si chiudevano come ponti elevatoi, ora se ne stanno arzilli e ti dicono, ehì che si fa di bello? lettura, taglio e cucito, parole crociate, televisione? macchè, anche a letto riaccendi la tivvù e la sintonizzi sul primo canale che ti capita tanto ti serve che qualcuno, per farti riprendere il sonno interrotto, ti parli in sottofondo foss'anche billaden che ti declama tutto il corano minuto per minuto. chi ti capita invece? un pelato con gli occhialetti che comincia a parlare dei mondiali e non è che ti dà i risultati della giornata che visto che sei al lavoro non sai neanche uno straccio di partita e sei rimasta a quella della settanta italia germania 4 a 3. no, il pelato comincia a fare previsioni su previsioni neanche fosse il mago do nascimiento e ti dice che: se il giappone fa harakiri, il portogallo gli si azzoppa l'allenatore, il togo se lo "magna" il ghana, la tunisia se ne va in vacanza che ad hammamet ci sono dei buoni last second, se la croazia fa cronch e il brasile ronaldo è grasso e adriano è un ex imperatore, se la spagna la richiama zapatero per il gay pride prossimo venturo e l'ecuador ha una sciagura che una tromba d'aria gli scoperchia le case ai giocatori, se l'inghilterra beckam se ne va in concerto con le spice e il mexico viene colto dalla vendetta di montezuma, il pelato dice che l'italia andrà in semifinale. solo qui, mi gratto e tocco legno visto che sono pigra per alzarmi dal letto e andare a trovare un ferro in giro per casa. ma il pelato ci crede troppo e io penso che se lo pagano uno straccio di notizia la dovrà pur dare, quindi perchè non fare altre previsioni e dirci direttamente anche chi andrà in finale: se la svezia rubano a casa della regina e la svizzera mangia troppa cioccolata ed è costretta a stare al bagno tutto il giorno, se gli usa li richiama bush e devono correre ad aiutare i marines e i ciechi andando alla partita non trovano i cani, l'italia andrà in finale con la germania e con un gol di gilardino e uno di toni su passaggio direttamente di buffon vincerà questi mondiali. a quel punto ho sentito dei botti e la gente per strada che urlava. mi sono affacciata e ho visto le bandiere sventolare che neanche durante il passaggio del duce a via buenos aires. le trombette non la smettevano più e la gente s'abbracciava tutta. ho rischiuso le persiane e mi son detta che è proprio vero che i sogni aiutano a vivere meglio. ho chiuso gli occhi e ho sognato un'epidemia.

Friday, June 16, 2006

Pausa pranzo.

mi piace stare qui fuori su questi tre scalini. mi piace soprattutto nelle giornate di sole, sentire il calore sulla faccia e sulle mie braccia. vedere i tatuaggi che cominciano a cambiare colore e a scurirsi come le braccia che mollano il loro bianchiccio invernale e si colorano e danno un'aria di salute e di mare e di vacanza. mi piace staccare la mente e guardare le persone, vederle camminare, vederle passare, sorridere, urlare le canzoni in macchina, correre e saltare. c'è sempre un signore che porta a spasso il suo cane, lavora alle ferrovie, stessa ora e stessi movimenti, come il suo cane che lo segue da vicino. c'è la ragazza che ha chiuso bottega, ha perso i genitori in un'estate sola e passa, accenna un saluto con la testa e va via. passa la megane giallina con una cliente che mi suona e ogni volta ha lo stesso sorriso, scala la marcia prima dello stop, dà un colpo di freni e clacsonando riaccelera. ha dei figli e un marito che l'aspettano a casa. ha la sua vita e io la mia e ci incrociamo per un istante o due e poi via si va avanti. mi siedo su questi tre scalini che sono bollenti per il sole che batte e il calore che accumulano e si sente per un secondo appena un silenzio che non è più frastuono. passano i ragazzi che vanno in skate con i jeans calati e larghi e le maglie come i rapper americani. è dura, penso fra me, skatinare a roma dove ogni pezzo di strada è una buca, dove ogni solco è una voragine, dove ogni incorcio è un'insidia. passano le suore che mi salutano e poi si sente il rumore in lontananza di un monster che viene su dalla salita e ora eccolo che spunta da dietro la curva. io guardo tutti e tutti che mi guardano. mi chiedo cosa pensaranno di me, di questa ragazza un po' strana che siede come una vagabonda sugli scalini di una negozio colorato. mi chiedo cosa pensino e se pensano qualcosa che non è da tutti scrivere le storie degli altri dentro la propria testa. arrossico e arrostisco chè il sole picchia forte, la testa si è scaldata e i capelli cominciano a pesare sulla testa, come i pensieri. questo è il mio momento preferito, quello in cui sono tutti a pranzo, chi mangia un panino e chi sonnecchia di fronte al tiggì, chi è al bar e chi in mensa. io sono qui fuori, seduta sui miei tre scalini a scaldare le ossa e riappacificare la testa. niente di eccezionale, solo un momento tutto per me.