Thursday, April 28, 2005

Mi copio da sola.

Son seduta qui al sole che aspetto. Con la mia magliettina col dollaro e le mie scarpe buone. Il sole che riscalda la pelle bianchiccia e s'infila nelle rughe del viso e delle mani. Il sole che riscalda finalmente questi pensieri intorpidi dal lungo grigiore. Aspetto gli eventi. Aspetto seduta e fingo di pensare, fingo di essere concentrata su qualcosa che non c'è. Ma non sto pensando a niente. Non penso a te. Né a te. E neanche a te. Penso alla mia magliettina col dollaro raffigurato e alle mie scarpe buone. Aspetto che il sole faccia il giro. E si nasconda dietro il palazzo giallo e rosa di fronte a me. Son qui seduta che aspetto. E la magliettina col dollaro s'è tutta arroventata dal calore. E anche la testa. E questo sole a picco mi scurisce la faccia e le braccia tatuate e le mani invecchiate. Gli occhi mi fanno male. Mi sistemo i capelli con le mani. Fingo di esserci ancora un po'. Mi guardo attorno con l'aria assente. Passano a frotte file di macchine. Ognuno è da solo. Ognuno con la sua aria assonnata e la sua storia narrata e la sua vita ormai andata. Ognuno che finge di essere assorto. Come me. Mi guardano le scarpe buone e la magliettina col dollaro raffigurato. Mi guardo le mie scarpe buone. E la magliettina col dollaro. E li lascio a guardare. Io non ci sono già più. E tu neanche.

Meltin' pot aggiornamenti.

Ho la t-shirt marcata N.Y. Il casco spagnolo. La moto americana ex italiana. Il tatuaggio tibetano. I tatuaggi giapponesi. Le scarpe fatte nelle Filippine. I calzoni svedesi, come il materasso. I calzini inglesi. La collanina nigeriana. Il braccialettino indiano. Il portatile tedesco con tastiera in tedesco, come il Santo Patre. L'orologio svizzero. Il cervello cosmopolita. Cosa rimane?. Ah, sì! L'anima: ebrea?

Wednesday, April 20, 2005

XVI Concorso Letterario.

Causa mancanza di idee originali e causa rinnovo locali mentali, affitto questo spazio vuoto per pubblicare un vostro post ed aggiornare così questo mio umile e semplice blog della vigna del signorBlogger e per permettere ai miei "innumerevoli" lettori di commentare post nuovi.
le vostre opere dattiloscritte dovranno presentare i seguenti requisiti:
essere in linea con codesto blog farcito di contenuti poveri ma onesti
non superare le mille battute: non s'accettano gli ace nè gli assegni cabrio
non nominare le seguenti parole: la pellicciaia, il materasso ikea, i piccioni pulitori, le minestre knorr, nino e clara; termini protetti da copyright.
- al concorso a premi potranno partecipare tutti, esclusi i presenti.
si prega di allegare cento euro in biglietti da dieci per la pubblicazione e per le spese di spedizione.

il più bel post verrà giudicato da una giuria di illustrissimi figuri nelle persone di: IrZingaroPope, IrNarratore, IrTim, la Zarina seconda, IrSipario in tutte le sue vesti.

il vincitore avrà diritto a un numero di commenti pari e non oltre i cento, al bacio accademico da parte di oriana fallaci o vanna marchi, a scelta, e a una visita guidata delle grotte papali insieme a costantino e al materassone ikea per rimirare tutti gli scheletri vaticanensi.

i post dovranno pervenire entro e non oltre il trenta aprile corrente mese.
programmazione non soggetta a variazione.
aut. min. rich. 06.512.66.29

Thursday, April 07, 2005

Nuntio vobis gaudium magnum.

da quando è arrivata la primavera, la mattina non vago più per casa al buio come i lupi rintanati nelle caverne ululando alle stelline sul soffitto e cercando a tastoni il paio di jeans meno sgualcito da indossare. da qualche giorno a questa parte cerco di alzare, con grande sforzo di braccia, financo le serrande e aprire le finestre chè il panorama merita e sarebbe uno spreco non abusarne soprattutto visto l'affitto che pago.
abito vicino a un punto nevralgico e strategico della capitale: a parte per l'odore che si respira di maria de filippi, di costantino e di tutta la truppa di vips al gran completo, la mia zona è importante perchè c'è una grande stazione della metro e dei bus con annesso parcheggione alberato dove se ti va bene gli zingari non ti rubano neanche l'automobile. sono uscita in terrazzo stamattina chè dovevo ritirare le mutande stese ieri sera. all'improvviso un gran vociare ha catturato la mia attenzione. una folla sovrumana fatta di persone e di pulman tutti in fila era assiepata nella strada e nel parco sotto casa. tutti con la testa all'insù tanto che mi sono pure imbarazzata per via del reggiseno che non era quello buono delle grandi occasioni. mi sono sporta un poco stando attenta chè soffro di vertigini e ho notato che guardavano tutti verso il mio balcone. ho pensato che qualcuno si stesse buttando di sotto, poi ho visto che dalla caldaia stava uscendo un fumo strano di colore grigiastro tendente al nero. la folla intanto continuava ad esclamare: "ohhh....", qualche gruppo recitava il rosario e qualche boys cantava pure "osanna, osanna, osanna nell'alto dei cieeeeli...". lì per lì non ci ho capito un granchè: io la mattina non riesco a carburare al volo. ho pensato di tutto, compreso che il palazzo stesse andando a fuoco. la cosa strana era che la gente sotto si mostrava calma e sorridente e sventolava bandierine gialle e bianche e cappelli colorati. e poi non c'erano sirene spiegate nè vigili del fuoco. intanto il fumo continuava ad uscire dalla caldaia: denso e nero che mi sono pure preoccupata ma sotto han continuato a vociare e a cantare osanne e preghierine. sono andata verso la caldaia e ho aperto lo sportellino: una luccetta rossa lampeggiante m'ha indicato che mancava l'acqua. prontamente ho spento e ho aperto il rubinetto dell'acqua e poi con calma serafica e grande abilità ho riacceso la caldaia che prontamente ha dato la schiccherina ed è ripartita. un fumo bianco è uscito da sopra il tubo e la folla da sotto ha urlato a più non posso il suo delirio applaudendo e cantando e sventolando tutto quello che c'era da sventolare: ho visto addirittura uno che ostentava con orgoglio una tiscert bianca con su scritto "non lo faccio per amor mio ma per dare un figlio a dio". ho richiuso al volo le finestre chè nel frattempo avevo fatto tardi. la folla ha continuato a strillare e a cantare e a battere le mani. non ho avuto il tempo di fermarmi a capire cosa fosse successo. ho solo pensato che la gente è proprio strana: ma non è eccessivo tutto 'sto trambusto per una fumata bianca?

Wednesday, March 23, 2005

Oggiggiorno avere come amici due piccioni ti risparmi un sacco di fatica.

giran sempre due piccioni qui fuori, uno più brutto dell'altro; uno più sporco dell'altro; uno più zoppo dell'altro. il primo, che deve essere femmina, lo riconosco chè è un grigio chiaro quasi smorto con tutti i peli radi che secondo me ha tutte le malattie del mondo pure il ginocchio della lavandaia e l'ipertensione arteriosa. l'altro, il marito, ha un colore più nerastro e grigiastro vera fuligine di inquinamento acustico, è più grosso in quanto a corporatura e ha dei ciuffi bianchi sulla testa, dovuti all'alopecia o a una decolorazione venuta male. viaggiano sempre insieme come i gabbiani sui fiumi, come i delfini nei mari, come i canarini nei cieli e come i due spacciatori che passano ogni tanto sulla cinquecento gialla. quando arriva la bella stagione la cosa più goduriosa da fare per gente semplice come noi è mettersi, durante l'ora di pranzo, su questi due gradini qui fuori, in mezzo al traffico, e mangiare un bel panino con mortadella e galbanone respirando a pieni polmoni tutti gli scarichi della macchine che passano, compresi gli scarichi delle macchine parcheggiate. non si può descrivere questo piacere del palato e delle vie respiratorie se non lo si prova. la grande fortuna mangiando fuori l'ufficio è che non devi preoccuparti se le rosette calde e fragranti si sbriciolano in maniera disumana, se i biscotti montebovi da un euro producono più residui non fissi dell'acqua minerale, se le patatine formano un tappeto così scricchiolante che neanche l'assassino più bravo col coltello in mano e la torcia accesa c'è la fa ad evitarle. appena tutto questo ben diddio finisce per terra, entrano in gioco loro: li senti arrivare da lontano gracchiando come gli avvoltoi del deserto e sbattendo le ali come i veri condor americani o le poiane dei monti d'abruzzo. ti coprono il sole per la loro apertura alare che quasi quasi al posto della tigre mi potevo far tatuare un bel piccione con tanto di alopecia e di rosetta in bocca. il maschio per proteggere la compagna arriva sempre sull'asfalto in avanscoperta: devono avergli detto che esistono le polpette avvelenate fatte apposta per i piccioni. poi con fare da grand'uomo chiama con un fischio acuto molto romantico la compagna che si getta come un' aspirapolvere da 1400 watt sulle mollichelle di rosetta, di biscotto montebovi da un euro e sulle patatine sbriciolate a mò di tappeto. in men che non si dica e più rapidi della migliore squadra di pulitori, i due piccioni spazzano via ciò che resta del mio pranzo lasciando un asfalto lindo e pinto che alle volte non riesco a camminarci su e metto pure le pattine per tornarmene a casa. finito di pranzare i due piccioni ringraziano, chinano la testa e se ne volano via tutti soddisfatti: qualche volta ruttano anche, ma non sono sicura che siano loro. solo l'altro giorno ho chiesto al maschio se mi prestava cinque euro per mettere la benzina. se n'è andato tutto incavolato sbattendo le ali e starnazzando come una gallina. sono rimasta male, lo ammetto. così è da qualche giorno che pranzo con lo yougurt: voglio vedere ora come si portano via il barattolino!

Thursday, March 17, 2005

Cinecittà dentro casa.

vivo al settimo piano. che dire, uno spettacolo continuo. macchè. ma quali tramonti mozzafiato, quali albe rosate, quali panorami da urlo, quale ponentino rigenerante.
è che la mattina non posso mai aprire le finestre per far entrare la luce del sole e il tepore della primavera. loro s'impossessano della casa, entrano ed escono come se niente fosse. girano per le stanze come fossero in casa loro, commentano se c'è polvere sulla libreria, se il bagno è adeguatamente pulito, guardano il dipinto mai finito alla parete ed han da dire anche sul soffitto blu e sulle mie tecniche improvvisate di pittura. ieri mi girava per casa federico fellini: dice che sta lavorando a un film nuovo; io gli credo sulla parola. pensa solo che il padre di costantino fa il muratore: quante ne ha dette guardando le mie pareti, tu non ne hai idea. non parliamo poi del frigorifero che è sempre vuoto: c'è chi ti richiede la pasta di farro perchè è allergico alla farina di campo; chi ti ordina il latte di soia chè è più digeribile; chi le birre chè ha una vita sregolata; chi il caffè d'orzo chè sennò non chiude occhio per tutta la notte; insomma aprire le finestre è una rimissione sicura e una richiesta continua tanto che a volte mi tocca stare tappata in casa al buio per avere un po' d'intimità.
questa è la dura realtà per chi abita vicino agli studios di cinecittà. sono assaltata da amici e amiche che m'invadono casa solo per l'autografo di daniele interrante o che sperano di vedere lele mora alla fermata dell'autobus. gente che mi rincorre solo perchè in lontananza sente puzza di gianni sperti o pensa che io tenga di caprio e scorsese nell'armadio insieme ai giubbotti da moto e alle scarpe invernali; maria che mi entra ed esce di casa come fosse la mia filippina: l'altra sera ha convocato le due portiere dell'enasarco, la pellicciaia mia dirimpettaia e la signora zoppa del quinto piano tutte a casa mia. ha proposto loro una sfida. il terreno di gioco è stato il pianerottolo: giudici il maestro alessandro alessandro e il maestro di vigevano. la prima prova è stata una sorta di musichiere: una volta dato il via alle note le concorrenti han dovuto fare i sette piani di corsa, suonare al mio campanello e dirmi il titolo della canzone. essendo più allenata, la gara è stata vinta dalla portiera che ha indovinato al primo colpo Beguine di jimmy fontana del sanremo '82 e al terzo piano è riuscita anche a lustrare col sidol la targhetta dell'avvocato. la seconda prova ha visto la pellicciaia contro la signora zoppa del quinto piano: la pellicciaia è riuscita a indovinare senza sbagliare tutti i rumori provenienti dai vari appartamenti, compreso il rumore dello sciacquone rotto che assomiglia a uno stantuffo della signora maria e quello della fuga di gas della bombola del sor peppino. alla fine dei giochi maria s'è complimentata con tutti e come premio kledi ha dato un bacio alla vincitrice e ha fatto ballare la signora zoppa; tanto si sa che è abituato a far ballare cani e porci. quando c'è troppo frastuono arrivano sempre le forze dell'ordine capitanate da claudia pandolfi e ricky menfis. ristabiliscono l'ordine, mandano tutti a casa e riescono a firmare anche qualche autografo. solo una volta mi sono veramente spaventata: eran le sei di mattina e sentivo tutto un vociare fuori al balcone. ho pensato agli extraterrestri venuti in segno di pace a scegliere le persone più preparate per un giro intergalattico solo andata senza ritorno. ho alzato pian piano le serrande e mi son trovata di fronte uno spettacolo raccapricciante: raul bova in tunica e sandali che parlava con gli uccellini, con il gatto del vicino e col mio tappeto blu steso ad asciugare la sera prima. la cosa strana non è che il tappeto gli rispondesse ma che gli chiedesse il nome del suo agente: dice che si vuol buttare nel cinema, magari in qualche grossa produzione di film su alì babà. pare che i tappeti a ollivud vadano via come il pane sciapo!

Wednesday, March 09, 2005

La vita fatta in formato bignami.

se avessi voluto fare il vigile avrei indossato la divisa bianca come i marinai, posseduto il blocchetto delle multe e non sarei qui dove sono a cercare di sbarcare il lunario alla meno peggio. m'incavolo il più delle volte quando all'orizzonte, come i cavoli a merenda, spunta un pigro mentale. dicono che la mamma dei cretini sia sempre incinta, ma la mamma dei pigri di mente poteva anche evitare di accoppiarsi col marito, almeno per non smentire il detto che batte la fiacca. il pigro mentale è quella persona che ha le sinapsi in prepensionamento, i neuroni sotto l'ombrellone al mare e la materia grigia che se la dorme beatamente senza chiedersi se la sveglia della vita è già suonata da un pezzo. i pigri mentali sono quelli che credono al governo che dice loro che va tutto bene, al medico che gli diagnostica un brutto male ma sono sani come un pesce, credono alla cassassiera e pagano quello che devono e non, alle istituzioni che non sbagliano mai, alla maestra del figlio che ha ragione e al figlio che ha ragione pure lui; sono quelli che non smuovono il cervello per paura che prenda aria fresca e si raffreddi.
ne conosco a centinaia: di quelli che entrano alla posta e ti chiedono dove si prende il numeretto pur avendo l'elimina code di fronte, che arrivano in banca e ti chiedono se è la fila giusta, che entrano dal dottore e ti chiedono se il dottore riceve pur avendo il cartello dell'orario di fronte ai loro occhi; in qualsiasi posto vadano loro cercano automaticamente il modo per non attivare il cervello; anche perchè è più facile che qualcun altro lo abbia già messo in moto al posto loro. così ti ritrovi per strada che cammini o ferma a un portone o che guardi il sole e ti stai semplicemente scaldando le ossa e ti si avvicina l'imbecille di turno: scusi, dov'è via tal de' tali? (ovviamente l'imbecille non s'è accorto che è già su via tal de' tali!). io li odio questi qui anche perchè siamo nell'era dei navigatori satellitari, della trasmissione in tempo reale del pensiero e comunque siamo ancora nell'era in cui prendere in mano, sfogliare e consultare uno stradario non costa che il lavoro collettivo di due/tre sinapsi al massimo. mi si è avvicinato uno stamattina: scusi, via cialdi? non mi sono neanche girata: ho fatto finta che ero cieca e sorda e anche negra. lui ha insistito, scusi, via cialdi? l'ho mandato verso ostia; perlomeno ha fatto fare un bel giretto ai suoi neuroni. dice che lo iodio fa tanto bene alla salute!

Friday, March 04, 2005

Che vita è.

spesso penso che se il dolore fosse qualcosa di palpabile sarebbe tutto più semplice. pensa se fosse tipo la plastilina con cui giocano i bambini a scuola. lo faresti uscire da te stesso e lo prenderesti in mano facendone forme nuove. ci giocheresti creando case, scuole, vicoli, alberi e fiori. come si fa per il riciclo della plastica o della carta. a quel punto la vita sarebbe così semplice che ti addosseresti volentieri anche il dolore di tuo fratello, di un tuo amico, del tuo vicino di casa o di uno sconosciuto che ti passa accanto per caso. avresti in mano tutti questi pezzetti di plastica colorati. quello nero di quel signore lì che sta su un ponte metidando un gesto sconsiderato. quello giallo della tua amica che il più delle volte è isterica. quello verde di tuo fratello ecologista che si preoccupa solo dell'aria e del buco dell'ozono. e uniresti questi colori col tuo dolore che è già saturo e pieno di mille sfumature. e ne faresti forme nuove fatte di tanti colori quanti i dolori che hai preso in mano. se il dolore fosse palpabile sarebbe tutto più semplice. il mondo sarebbe come un quadro di un artista del futuro, pieno di forme astratte vive e colorate. il cielo sarebbe ridisegnato da qualche bambino che si sente solo e incompreso. il mare da chi sogna i pescatori che partono di notte. il tramonto da un'anima bella e romantica. e la guerra sarebbe modellata perchè non facesse più morti e stragi. la cattiveria verrebbe ridisegnata e prenderebbe la forma di un dirigibile. l'odio diventerebbe un aquilone che se ne vola via. la felicità qualcosa da indossare tutti i giorni. del mio dolore farei un cigno bianco e delicato. e lo lascerei andare via in quel lago dove gli alberi si stanno specchiando proprio ora. il tuo lo trasformerei in un cavallo che ti porterà su quei monti laggiù da cui puoi vedere il mare. se il dolore fosse palpabile lo estrarrei con forza da dentro me stessa. anche ora. ma poi mi chiedo di cosa vivrei. quello che oggi porto dentro, so per certo che è parte di me. so per certo che sarà quella ruga in più delineata sulla mia faccia. quell'espressione in più che spegne o ravviva i miei occhi. quell'esperienza in più che marca la mia anima. quel pezzo di vita che senza direi. che vita è.

Thursday, March 03, 2005

Lui.

ogni volta che mi richiudo le porte dell'ascensore alle spalle, mi prende il panico che una grossa dose di gocce di rescuremedi non me la toglie nessuno. no, non soffro di claustrofobia nè di ascensorefobia. è che sono un tipettino impressionabile anzichenò. quando vedo in tivvù quei mostri di alien tutti unti e bavosi o anche la lecciso che balla con la sorella mi tappo sempre gli occhi con tutt'e due le mani come i bambini e spero che lo spettacolo finisca il più presto possibile. o anche quando sto per trangugiare con gran gusto la prima forchettata di pasta olio e parmigiano e il tiggì delle venti mi mostra l'operazione a cuore aperto di un babbuino delle alpi svizzere o geggia che fa l'antica romana, cerco sempre di cambiare canale perchè la cena non mi si riproponga come i peperoni verdi di clara. il problema di cui soffro è lo shock da apertura-porte dell'ascensore. tutto è nato una ventina di giorni fa. la notte non avevo riposato un granchè bene e la mattina ero ancora in catalessi tanto che mi ero vestita di corsa e mi stavo catapultando giù al portone giacchè ero in ritardo. chiamo l'ascensore e lilla lalla entro mentre poso le chiavi in borsa come al solito. ero in trance e ho fatto i sette piani che non mi ricordo neanche come. arrivata al primo piano le porte si sono aperte come da copione (confermo, l'ho visto io scritto sul copione del regista!, ndt) e, mentre sto per catapultarmi fuori di gran lena, vedo lui. faccio un balzo in aria e sbatto la testa al neon che incomincia a lampeggiare come l'insegna dell'isola dei sardi. mi rintano dentro l'ascensore e spingo il tasto 1. pensando che ormai ero in trappola come i topi nelle gabbiette degli esperimenti per cani, penso ad una soluzione per evitare lui, cioè quello. nel frattempo cercando una via di fuga per non affrontarlo salgo al secondo e poi al terzo e poi al quarto e già che c'ero mi spingo anche al quinto piano. sfinita, decido: prendendo un gran respiro e stando attenta alla compressione come i sub, incomincio la ridiscesa. ho spinto il tasto 1 e mi sono retta forte alle pareti dell'ascensore. quando mi sono fermata le porte si sono spalancate e lui era lì. non ho potuto fare a meno di balzare in aria di nuovo: il neon ha smesso di lampeggiare ed ha ripreso a lavorare come prima. "Buonasera...", ho detto a bassa voce cercando di nascondere l'imbarazzo e la paura e cercando di allontanarmi velocemente. non so cos'abbia risposto. ero già fuori il portone col sole che m'accecava gli occhi e il cuore ancora in gola.

Thursday, February 24, 2005

Venga a prendere un caffè da me. Ti dico: yeah!

Qualche mese fa da lidl avevo trovato quelle buste di prodotti liofilizzati a tutti i gusti più uno, pronti in cinque minuti netti a partire dal mio via. la mia luna in vergine avara e parsimoniosa, fiutando l'affare e la grande convenienza, dopo due conti in tasca, una chiamata alla commercialista e due mutui accesi in pochi secondi, s'è concessa sei buste di paste e risi per la modica somma di 39 centesimi cadauna così suddivise: due confezioni di pasta al leggero sapore di tartufo e fortissimo odore di calzino putrefatto nello stomaco di un barboncino a pelo raso; una confezione di riso e funghi secchi quanto la terra del sud estremo battuta dal solleone; una di riso e carciofi senza spine nè addititivi aggiunti e neanche i carciofi; una di pasta e salmone che appena la metti in bocca risali la corrente e accendi le lampadine senza pagare la bolletta; una di pasta e broccoli così amari che sanno di radicchio del trevigiano innafiato di rosso tiziano annacquato. dopo due mesi di vita da singol scanditi da pasta olio e parmigiano e gallette simil biscotto per cani di buona famiglia cristiana, ieri sera mi son fatta questa grande concessione: la pasta al tartufo. sono arrivata a casa chè l'acquolina in bocca lasciava una leggera scia tanto che la vicina ha pensato che il cane del quinto piano avesse fatto i suoi bisogni in ascensore. sono stata zitta che tanto già mi pregustavo quella pasta davanti al tiggì di emilio fede e a blob che prende in giro fede e non stavo più nella pelle. ho preparato il pentolino dell'acqua, non ho aggiunto sale come riportava la descrizione, ho fatto bollire e ho versato il contenuto. in men che non si dica e senza neanche l'intervento di vanna marchi e del mago nascimiento, la pasta era pronta; fumava di bianco che neanche quando fanno il papa nero. con una cocacola nella mano destra e il piatto nella sinistra mi sono spappardellata di fronte alla tivvù chè fede ha avuto anche un gridolino isterico di fronte a quella vista. l'odore di tartufo ha invaso casa. la pellicciaia mia dirimpettaia m'ha bussato poco dopo pensando che avessi lasciato qualche carogna morta da giorni nello sgabuzzino. le ho spiegato della pasta e dell'offerta convenienza e lei ha voluto assaggiarla. s'è seduta sul divano con me e mi ha parlato della guerra e dei sapori genuini della terra, mi ha detto che oggi tutto ha perso quei sapori, quei gusti sinceri come l'amaro lucano a eccezione della mia pasta: lo reputo un complimento; devo dirlo alla Lidl. al secondo boccone, han bussato di nuovo alla porta ed era il fornaio del terzo piano insieme al suo cane pitbul di taglia nana bruk. seguendo l'odorino di carogna era arrivato fino alla mia porta e mi ha suonato scusandosi per l'ora e per l'intrusione "ma, sa, signorì, quante se ne senteno oggi ai teleggiornali...bisogna stà sempre co' l'occhi aperti..." (testuali parole, non cambio neanche una virgola, nda). gli ho offerto un assaggino di pasta. ha accettato forse richiamato da quell'odore invitante di calzino stagionato o forse solo perchè era incuriosito dalla pellicciaia e da cosa avesse a che dire con me. poi è stata la volta della moglie del fornaio: cercava il marito e il cane nano, mi ha detto scampanellando a gran voce. m'ha chiesto se avessi ritinteggiato le pareti avendo notato che c'era un forte odore di muffa unita a plastica bruciata e a un tocco di arbre magique alla vaniglia e cocco. le ho spiegato che mi ero fatta un po' di pasta e gliel'ho offerta. ci siamo ritrovati in sei tutti seduti davanti a fede che nel frattempo s'era ingelosito e ha cominciato a parlare male della sinistra e di questi supermercati che fanno grossi sconti al popolino. l'ho invitato a unirsi a noi che non stava più nella pelle. s'è rifatto il trucco e s'è seduto sul divano e gli ho fatto vedere anche il dvd di "Pupa vita e opere", una tappa obbligata per chi viene a casa mia. gli è piaciuto, mi ha anche detto che se voglio lo manderà in onda a reti unificate il giorno delle elezioni prima degli exit pol. l'ho ringraziato e ho liquidato tutti, lui compreso chè ero stanca e la pasta aveva avuto brutti effetti sul mio intestino craxo. ho spento la tivvù e sono andata a letto. domani porterò le buste liofilizzate a clara, la barista. m'han sempre detto che risparmiare sul cibo fa male al fegato. ma, secondo me, fa più male fare certi brutti sogni!

Friday, February 18, 2005

Lo steggista parte seconda: io, la spudoratezza fatta persona!

Giudizio: L. è un ragazzo ricco di creatività e buona volontà. si è mostrato molto veloce nell'apprendimento delle nostre tecniche lavorative. ha seguito (anche partecipando attivamente) tutto il nostro iter dalla fase di creazione di un logo/marchio fino all'allestimento sul posto. ha svolto con pazienza e meticolosità alcuni esercizi di studio creativo e di composizione che gli sono stati affidati, imparando a usare, a grandi linee (vista la breve durata dello stage), nuovi programmi di impaginazione e nuove tecniche manuali. nel complesso la nostra società ritiene molto positiva la permanenza di L. e si ritiene soddisfatta di questa iniziativa.
cordialmente. Io.

lo so, sono spudorata. ma L. mi ha fatto tenerezza ieri chè m'ha chiesto di scrivergli il giudizio ed era tutto impaurito. quanti di noi avrebbero voluto vedere queste cose sulla propria scheda? e quanti "si applica ma senza risultati buoni" hanno invece visto scrivere da professori a volte incompetenti o forse solo distratti.
dedico questo giudizio alla mazzalupi, professoressa di italiano, latino e greco della mia classe ma non professoressa di vita!

è partito marte in scorpione: checcevoifà?

Wednesday, February 09, 2005

Lo steggista.

una volta avevo un cane. l'ho mollato sull'autostrada un venerdi quattordici agosto sotto un sole cocente e cercando di fare in fretta per non prendermi l'insolazione. oggi ho uno stagista, qui al lavoro. il cane l'avevo comprato: un milione di lire del vecchio conio. lo stagista credo sia spuntato dal nulla. forse fa parte di quei programmi demagoci preelettorali per la formazione dei giovani, organizzati dalla regione. lo stagista ha un nome, come il cane aveva un nome. viene da una scuola di periferia e mi ha portato un foglio con su scritta la richiesta di lavorare con me autografata dal professore di disegno e dalla professoressa di musica. dopo aver imprecato per qualche secondo, ho fatto un giro di chiamate: il preside della sua scuola per chiedere delucidazioni, la mia commercialista per accertarmi che non ci fossero conseguenze fiscali, il mio dottore per farmi prescrivere l'ecografia alla bile per via di certa sabbia che mi riporto da un vecchio viaggio nel sahara e, già che c'ero, anche la bidella della mia scuola elementare che era tanto che non la sentivo; tutti concordi: mi devo tenere lo stagista; lo devo tenere qui fino al diciotto febbraio.
è antipatico, lo stagista. pesci ascendente cancro: un muso lungo e un fare da vecchio matusalemme; si sveglia solo quando gli parli di motori e di canale cinque. non fa battute, non parla, non segue i miei innumerevoli exploit umoristici, non lavora e si porta sempre dietro la sua ragazza che perlomeno è simpatica (è dell'acquario). non so comandare, io. non so chiedere chè mi scoccia chiedere. non so impartire ordini perchè credo che se faccio da sola faccio prima e meglio. lo so, sono piena di difetti, ma lo stagista fresco di scuola e di muso non lo meritavo proprio: deve essere a causa della legge del contrappasso per aver mollato il cane, lo so, lo sento. qualche giorno addietro ho provato a prendere il discorso alla lontana, con lo stagista: gli ho detto che nella vita il lavoro nobilita l'uomo (non ci credevo neanche io, così non sono stata molto convincente), che nella vita bisogna far tutto e non bisogna spaventarsi di fronte a niente, gli ho aggiunto anche, con fare maturo, che una volta i giovani avevano più rispetto per gli adulti e non se ne stavano a poltrire nelle università sfoggiando questo o quel paio di jeans abilmente sdruciti. mi sono sentita tanto una di quelle persone che avevo sermpre criticato, che fanno discorsi da vecchi scollati dalla realtà, che portano occhiali bifocali e i capelli azzurrini, hanno il fiato corto e che sa d'aglio e le mani rugose. non ha recepito lo stagista. continua a dormire in piedi. continua a scroccarmi internet che mi toccherà anche far sparire, mangiandolo, questo blog per paura che lo legga. continua a dire che questo non è il lavoro per lui e che parteciperà alle selezioni del grande fratello parte sesta perchè vuole diventare come taricone, sposarsi una rumena, farci un figliolo bicolore e andare da maria de filippi per incontrare valentino tocco. gli ho detto che conosco una rumena che fa la parrucchiera ed è una brava ragazza. non ha gradito. neanche la sua ragazza.
una volta avevo un cane e questo è quello che mi merito: lo stagista. ora mi trovo che lavoro per lui, che rispondo al telefono perchè lo cerca sempre qualcuno, che gli compro il panino per il pranzo e lui storce anche il naso. stamattina sono arrivata in ritardo chè la metro era strapiena. m'ha tenuto il muso tutta la mattina e mi ha fatto chiamare dalla madre la quale ci ha tenuto a precisare che devo esser più puntuale, svegliarmi prima la mattina e curargli la dieta giacchè la mortadella tutti i giorni non la digerisce. una volta avevo un cane. non rimpiango di averlo lasciato sull'autostrada: forse dovevo rimanerci anch'io!

Thursday, January 27, 2005

761 barrato.

sai quando stai dietro ad un autobus e per via del traffico non riesci a sorpassare tanto che ti ritrovi fermo alla prima fermata a vedere scendere una persona e salirne almeno tre, alla seconda a salirne una e scenderne sette, alla terza salirne due e scenderne una, alla quarta speri che l'autobus non si fermi e invece si ferma anche lì?
ero in macchina ieri. e lui davanti a me. era il 761 barrato: grigio e rosso di quelli avuti dal comune per il giubileo santissimo del duemila, snodabile, tutto imbelletato e plastificato e biadesivizzato con pubblicità di questo o di quello stilista famoso, con l'autista bello come il sole che parla al cellulare con megan gheil che gli gira tutto intorno compreso l'autobus e tanta gente allegra e sorridente che ci mette un quarto d'ora per salire due gradini e circa otto minuti per scenderne tre per via del dislivello sul livello del mare. egli, l'autobus, mi ha scortato dalla fermata della cristoforo colombo fino alla via dei corazzieri e io, che sono anche un pilota provetto per via che mi piace senna, non ho potuto far altro che strargli dietro furente e scalpitante e contare, contare tutti quelli che salivano, che scendevano e che qualche volta sparivano nel nulla per cause ignote. nei pressi dell'eur ero talmente entrata nella parte del conducente che ho fatto salire due signore per farle scendere due fermate dopo. non hanno obliterato, che ingrate, però gli ho fatto ascoltare bachelorette di bjork e pare abbiano gradito tanto che una ha esclamato: "bella questa musica moderna, certo però che al bano è al bano: peccato quella lecciso lì!" (testuali parole, nda). a via dei lancieri è salito un signore mutilato che ha fatto la guerra: l'ho fatto sedere davanti, al posto d'onore. non ha pagato, chè gli invalidi hanno lo sconto come gli handicappati, le donne incinte al nono mese che vanno all'ospedale da sole e mia zia che è sindacalista. verso via silone, un grande scrittore, ho caricato sei ragazzette che non erano andate a scuola; tutte vestite eguali che non sapevo dove guardare e pensavo di vedere doppio per tre: cappello rosa sulle ventitrè, ginz calati con l'ombellico e anche i fianchi e anche il pirzing tutto di fuori, una magliettina fina tanto stretta al punto che non s'è intravisto niente, bomberino aperto e trucco tutto colore da minidiva in calore. non m'andava che non obliterassero così gli ho fatto anche la multa. sono scese che sbuffavano; ma credo che questi giovani moderni debbano imparare un po' di regole e di disciplina! sulla laurentina c'erano dei militari: li ho lasciati a piedi chè tanto son ragazzoni atletici pieni di estrogeni e sostanze strane e poi col tesserino non avrei guadagnato un granchè. quasi al capolinea è sceso l'autista bello come il sole che non parlava più al cellulare con megan gheil che gli gira tutto intorno e s'è diretto verso la mia macchina: al volo ho fatto scendere una vecchia che mi stava raccontando di quando c'era Lui. l'ho scaraventata fuori e lei ha agitato anche il bastone in segno di saluto, forse. ho ingranato la prima e sono fuggita a razzo. ho superato lo snodato e sono arrivata all'appuntamento in orario sulla tabella. d'altro canto: ho quasi diciassette anni di anzianità!

Monday, January 24, 2005

Vita da singol parte terza: i panni sporchi si lavano in casa.

erano notti che non riuscivo più a dormire tranquilla. la prima notte ho pensato alla peperonata tutti i gusti più uno mangiata a tarda sera a casa della pellicciaia, mia dirimpettaia. poi ho dato la colpa alla mistura di caffè e cocacole con contorno di cioccolato nero fondente 80% lana e 20% cotone sulla pelle con cui mi drogo negli ultimi tempi. per un attimo ho pensato anche a quegli spiritelli burloni venuti a disturbare i sonni delle persone più care e sagge. solo ieri, aprendo gli occhi, ho scoperto il motivo dei miei sonni agitati: le lenzuola del mio letto, fattesi le valigie, se ne erano andate di casa. m'han lasciato un biglietto sul frigo. e niente più. la prima cosa che ho fatto è interrogare il materasso. lui naturalmente ha fatto il vago, come il suo solito. per sviare il discorso ha accusato prima un forte mal di testa e poi mi ha tirato su una storia lunga una quaresima i cui punti salienti sono che è preoccupato per il concorso in cui passerebbe di grado; che ha problemi con la famiglia visto che il padre è stato licenziato e senza giusta causa e poi mi ha parlato anche di certi suoi problemi alla cervicale che, dice, 'sti materassi moderni non li fanno più col cotone e la lana di una volta. fatto sta che non trovando risposte per quell'insano gesto da parte delle mie lenzuola, ho girato per tutta casa in cerca di un indizio. sono corsa nel cestone della biancheria sporca ma non ci ho trovato niente: vuoto e immacolato come quando l'ho comprato. ho visto al bagno chè non si sa mai ma ci ho trovato solo due vecchi assorbenti del '76 di quelli senza ali e senza fluf assorbente che non credo abbiano niente a che fare con l'accaduto. poi ho controllato anche in cucina: sai, 'ste lenzuola di flanella sono gente strana. non sapendo più a che santi rivolgermi e soprattutto quali elencare per lanciare anatemi, ho aspettato chè come dicono gli anziani: il tempo cura tutto. verso le sette m'han citofonato che già pensavo all'ufficiale giudiziario per quella storia dell'enciclopedia sulla cucina di suor germana divisa in otto tomi mai avuta, mai ordinata e, soprattutto, mai pagata. in ogni caso ho risposto al citofono: speravo tanto che qualcuno mi sapesse dare qualche notizia circa le mie lenzuola preferite, soprattutto le uniche in mio possesso. ho aperto visto che una voce tranquilla mi ha risposto: "Noi". ho pensato a qualche amico o persona di casa. ho aspettato sulla porta che la curiosità mi si mangiava. appena aperte le porte dell'ascensore sono rimasta allibita: davanti a me, come se niente fosse, mi ritrovo le due lenzuola fresche di bucato, lille lalle, tutte imbelletate con in mano una cocacola e nell'altra novella 2000: che pettegole! non sapendo se arrabbiarmi o rimanere senza parole,ho optato per il silenzio, anche perchè da dietro lo spioncino già immaginavo che la pellicciaia mi stesse osservando per ridere alle mie spalle. ho richiuso con calma e noscialans la porta di casa e, con voce ferma e sicura, ho chiesto loro delle spiegazioni. m'hanno detto che si sono informate coi sindacati e sulla base di non so quale statuto il loro salario non è direttamente proporzionale alle loro ore lavorative, che il giovedi lo vorrebbero libero e che vorrebbero essere cambiate ogni settimana e non ogni mese e mezzo e che, tra l'altro, vorrebbero essere iscritte a equitazione che, pare, il moto faccia bene. mi son sentita piccola piccola e non ho saputo cosa controbattere. ho dormito sul divano, stanotte: mica potevo più guardarle in faccia.

Friday, January 14, 2005

Ogni giorno racconto la favola mia.

sto seduta e mi guardo intorno. ho l'ansia: non sono abituata a prendere i mezzi e tutto ciò mi destabilizza. inforco gli occhiali e cerco nella legenda in alto la mia fermata. sono distratta. ma attenta. guardo. guardo sempre chi mi sta intorno, quando sono tra tanta gente. per curiosità. per farci degli psicologismi da film rosa. per il rifiuto di pensare ai fatti miei. per la voglia di conoscere le persone attraverso un movimento inconsulto del viso, uno sguardo fugace, una giacca troppo corta, un anello troppo vistoso e con tutte queste cose immaginate immaginarci la loro storia. sto seduta e mi guardo intorno, ancora. mancano cinque fermate e poi tocca alla mia. cerco uno sguardo sereno che calmi la mia rabbia. un sorriso placido che plachi le mie tristezze. un'espressione inquieta che mi faccia pensare ad altro. cerco qualcuno con cui condividere tutto il marasma che mi porto dietro come il più pesante dei bagagli. c'è tanta gente intorno a me. gente di colore e pensionati. operai e massaie. donne incinte e uomini incravattati. studenti e pendolari. padri. madri. ognuno che si fa i fatti suoi. ognuno con lo sguardo dentro la sua storia. e io sono lì, dentro tutte quelle storie. all'improvviso qualcosa richiama la mia vista. un pugno che mi rivolta lo stomaco: una signora menomata con un occhio cieco. distolgo subito lo sguardo. che visione, penso. poverina, penso ancora. che schifo è l'ultimo dei miei pensieri. forse il più vero. cerco di non guardare e più sposto la faccia cercando qualcosa che mi distragga da quell'orripilanza e più il collo, gli occhi, la mente si concentrano su quello spettacolo così mostruoso. d'incanto il mio campo visivo si allarga a dismisura. riesco a guardar di lato come le mosche e se ci provassi anche dietro. la signora intanto si è accorta del mio ribrezzo e mi guarda. ha notato il mio imbarazzo, mi chiedo. cerco di far finta di niente. giocherello con il cellulare che sotto le gallerie non prende mai. faccio finta che sto facendo i conti sulle punte delle dita: uno, due, tre cercando di far intendere alla signora che ho altro a cui pensare che non al suo occhio così ributtante e menomato. la signora mi fissa. e io sono sempre più imbarazzata. guardo in alto, come negli ascensori quando ti costringi a leggere le etichette che riportano il peso in tonnellate. guardo fuori dai fienstrini. mi guardo le mani. e poi le scarpe. che brutte scarpe che ho, penso. ma proprio non ci riesco e ridò una sbiriciatina a lei e al suo occhio. e lei, naturalmente, mi sta osservando. mi scruta. mi squadra. mia esamina. forse mi giudica anche. arrossisco. tossico che per poco non mi strozzo. penso alle mie disgrazie. e alle mie gioie. penso a dio sperando che scaraventi su di me un fulmine per salvarmi o che mandi un angelo custode per dirmi che sono incinta. intono anche un verso di "vecchio scarpone quanto tempo è passato, quanti ricordi mi fai vivere tu...". ma lei è lì. fissa su di me. e io sono in balia del suo occhio catalizzatore. del cervello che non riesco a padroneggiare. dell'imbarazzo che non riesco a nascondere. degli occhi che non riesco a domare. sono lì. seduta al mio posto impaurita come nel giorno delle interrogazioni di latino. seduta e sempre più piccola in un angolo dell'ultimo scompartimento di quel treno. sono vigliacca lo ammetto. ho alzato i tacchi e me ne sono andata tre fermate prima. due passi a piedi fan sempre bene alla salute!