Friday, October 15, 2004

Così.Tanto per dire.

Sono un cincinino pigra, lo riconosco. Non ho grandi difetti nel senso che non bevo, non fumo, non uso sostanze lesive al cervello, non vado in chiesa, amo la mamma, pago le tasse, faccio attraversare le vecchine sulle strisce come i bravi boy scout, non abbandono mai gli animali sulle autostrade, tutt'al più li cedo a famiglie bisognose, mi riempio la bocca con quel tanto di buonismo che basta e con quel poco di psicologia da romanzo rosa per far scena. Sono pigra, lo so. E' uno di quei pochi lati di me che mi piacciono un sacco. Faccio parte di quella schiera di sognatori come Troisi che spera di veder muovere gli oggetti con la sola forza del pensiero. Mi sposto in macchina anche per fare il giro dell'angolo e se posso evito anche quello. Essere pigri è un lavoro. A volte stressante. Decidere di alzarsi dal letto il sabato mattina mi costa così tante energie cerebrali che poi ho bisogno di riposare tutto il giorno, domenica compresa. Non sono di quelle persone che fanno jogging, tennis, squash, beach volley, corrono a scuola d'inglese a pranzo, al corso di ceramica la sera e al corso notturno di origami. Mi basta quel che so. Nuotare senza affogare, dare due calci al pallone senza neanche spostare i piedi, giocare molto bene a tennis alla play station, camminare da qui a lì tanto per dimostrare coram populo che ho le gambe e per di più lunghe. Sono pigra e non me ne vergogno. Anzi odio quelli che si dannano l'anima per riempirsi la vita di impegni. Io non voglio impegni. Mi mettono in crisi le decisioni, le scadenze, il prendere appuntamento anche per la serata stessa. Ci vediamo se ci incontriamo, preferibilmente dentro una casa, chè fuori è stressante. Potrei guardare giornate intere lo schermo nero della tivvù in attesa che il telecomando si sintonizzi sul mio programma preferito. Faccio il minimo indispensabile per non farmi atrofizzare i muscoli. Alleno il cervello, a volte, quando non mi costa fatica. Credo nel motto: volere è potere. Sono della corrente di pensiero che sostiene che quello che la mente vuole, la mente fa; così sto educando gli elettrodomestici in casa perché se la sbrighino da soli. Guardo la lavatrice e le dò le istruzioni per il suo uso: ogni tanto per aiutarla accantono i panni sporchi bianchi da quelli colorati. Forse qualche risultato l'ho ottenuto. Stamattina m'ha portato il caffè a letto. Ma per il lavaggio dei panni sporchi ancora è lunga, però!

Tuesday, October 12, 2004

Nel mio quartiere.

Il grande evento del mio palazzo (a parte quando vengono le guardie per qualcuno ai domiciliari) è la riunione straordinaria di condominio. Non siamo come quei palazzi del centro con un amministratore che, una volta al mese o giù di lì, organizza una riunione dove tutti si scannano, parlano male del vicino e della moglie del vicino e si rovinano il fegato ma il giorno dopo buongiorno e buonasera in ascensore. Al mio palazzo non ci salutiamo mai perché siamo tutti "ignoranti" ma sinceri. La riunione viene indetta quando accade qualche calamità soprannaturale tipo quando qualcuno brucia "per caso" il portone con relativi citofoni e cassette della posta, quando si vuol fare la spia su eventuali appartamenti vuoti da occupare o quando ci si vuol mettere d'accordo su chi chiama quelli delle fogne perché veronica, la ragazza del terzo piano, oltre agli assorbenti usati qualche volta e "sbadatamente" butta nel vater anche i panetti di ascish. I nostri appuntamenti straordinari sono scanditi dalla musica soave dell'autoradio del Marana che pompa a intervalli regolari. L'ultimo successo che ci propina nelle ore più insolite e assurde della giornata tipo alle due del pomeriggio o alle otto di sera è "Vai Girardengo vai grande campione..." una canzone del novantacinque ma che dalle nostre parti va ancora per la maggiore. Il marana è un personaggio tutto da vedere: un occhio di vetro perso in una rissa e un figliolo in tutto spicciato a lui tranne che per l'occhio di vetro. L'altra sera ci siamo visti giù nell'androne per metterci d'accordo su chi avrebbe ridipinto i muri e le scale fino al quinto piano. Damiano, il calabrese, non parla mai. Forse si vergogna del dialetto. Ma non lo guardare mai per storto. Ha il coltello a serramanico sempre pronto. Patrizia scende con tutta la prole: un figliolo di due anni, il cane di tre e due subumane che non hanno né arte né parte però son buone buone e non si lamentano mai. L'egiziano del quarto piano non parla la nostra lingua. Però non si tira indietro quando deve pagare. La suora è il pezzo forte del palazzo. Ha il velo blu e non so a quale ordine appartenga. Ha paura che i vandali le entrino in casa. M'hanno raccontato che in salone tiene persino la farina sparsa per terra per controllare eventuali orme di estranei. Pare sia matta. Certo però è furba. Abbiamo trattato un sacco d'argomenti durante l'ultimo incontro: la pittura delle scale, la colletta per l'ascensore e per i citofoni, abbiamo sparlato di veronica visto che era assente e l'argomento clou è stata la notizia che la ragazza del figlio di franca è incinta. Sono partite le scommesse su chi fosse il padre: io punto su Pisellino. Il calabrese dice che non è stato lui. E ti credo, c'era la moglie davanti!
Mi hanno eletto capogruppo e così ho raccolto tutti i soldi che oggi ho perso alla slot machine di clara. Ho pianificato i lavori per le scale ma, per prender tempo, gli ammollato una tiritera su quanto costa la vernice a tempera e sul fatto che agli smorzi non si risparmia più come una volta, gli ho comunicato anche il costo della manodopera e gli ho tirato su anche tutta una storia sugli ammortizzatori sociali che mi sentivo quasi come Siniscalco. Alla parola ammortizzatori s'è svegliata una delle due subumane: dice che allo sfascio del cognato me li può rimediare lei sottocosto. Verso le nove ci siam salutati chi per un impegno chi per un altro: io dovevo vedere ER.
Stamattina scendendo ho incontrato il calabrese. Non m'ha salutato. Io neanche. Mi rispetta di più,così.

Sunday, October 03, 2004

Rimango sempre la stessa ragazza acqua e sapone.

capita che una mattina come tutte le mattine ti svegli e accendi il computer e, neanche fosse il giorno della befana, trovi delle sorprese che non ti aspettavi. capita che apri la posta e anziché trovarci le solite quattro e mail scarcagnate come quella dell'ufficiale giudiziario della tiscali che ti cerca per vecchie bollette arretrate e mai pagate, o quella della casa di preghiera di suor Mariapia che parla solo di santi e di dio, o l'e mail che ogni santa volta vuole "enlargiare" il tuo penis, capita che ti spuntino dal nulla delle lettere un po' strane. capita che queste mail ti avvertano che sei stato nominato (anche se non fai parte del cast del grande fratello) nella blogosfera e che un tale luca s'è appropriato di un tuo post che ti vergognavi anche a postare.
il sogno della mia vita, lo confesso, è sempre stato quello di fare l'investigatore. quando c'è da scoprire gli altarini di qualcuno sono sempre la prima ad essere disponibile e a prestare la mia opera anche senza retribuzione, tanto che una volta, per aiutare un'amica, ho dovuto seguire in piena notte una persona che, accortasi da subito di essere seguita, m'ha fatto fare il giro del colle oppio quattro volte e alla fine mi ha offerto anche un cordiale al bar delle guardie. in ricordo di quei giorni, comunque, mi sono messa alla ricerca di questo luca. ho fatto un giro tra i blog dove il post è stato anche postato e brillantamente commentato. avevo le lacrime agli occhi e le mani tutte sudaticce per tanto onore dato che i miei accessi giornalieri sono cosí scarsi che shinystat mi ha anche citato in giudizio per la cattiva pubblicitá che gli faccio. Ho messo al lavoro mio padre, pensionato, che ogni giorno ad ogni ora clicca per due o tre volte sul mio blog e anche la vicina di casa della zia di franca che clicca nella stessa modalitá peró ad ore alterne rispetto a mio padre (sennó shinystat lo capisce!). insomma non ho ancora risolto l'arcano. quello che posso fare peró é ringraziare fin d'ora luca o chi per lui, chiedendogli se oltre a mandare in giro i miei pezzi, puó provvedere anche a saldare i conti della tiscali e a passare in erboristeria per comprarmi il propoli e la vitamina C ché, data la folla qui sotto per via di questo post, non me la sento proprio di affrontare i fotografi!

Wednesday, September 29, 2004

Un ponte per...la follia.

Ho deciso che mi prenderò un anno sabbatico. Ne ho bisogno. Mi farò un bel giretto in iraq con la mia amichetta del cuore. Voglio giocare alla pace nel mondo chè la sera risiko m'ha un po' stancato. Se sarò fortunata verrò rapita e il mondo al completo si mobiliterà per me, si faranno fiaccolate nelle città più importanti (compresa Pomona) e i politici si occuperanno della mia storia e anche mauriziocostanzosciò e mariadefilippi mi dedicheranno puntate su puntate dei loro programmi. Tutti penseranno che sarò morta o che starò dentro un tugurio col cappio al collo o in una gabbia con le catene ma io in realtà starò bene come un papa. I miei carcerieri saranno gentili, ne sono sicura, e si preoccuperanno di ciò che voglio mangiare e se vado al bagno chè con 'sti cibi arabi divento sempre stitica. I miei rapitori non saranno i soliti carcerieri, di quelli che mettono il catenaccio alla porta e ti tengono al buio e ti staccano pure mezzo orecchio o al brutto ti sgozzano; no, saranno delle persone fantastiche, mi prepareranno il panierino per il viaggio di ritorno e mi chiederanno anche perdono: che bello! Credo che questa vacanza mi farà veramente bene. Se sarò fortunata ingrasserò pure un chiletto che con tutto 'sto lavoro di volontariato che faccio dicono tutti che sono sciupata. Anche il presidente della repubblica parlerà di me la sera a cena con franca e il papa pregherà per me nelle laudi mattutine. Insomma andare in iraq, signori miei, lo consiglio a tutti. È meglio che andare a sharm el shaik chè l'ultima volta la cammellata notturna nel deserto non m'è piaciuta più di tanto. Quando tornerò ringrazierò questo popolo fantastico che è il popolo iracheno. Dice che laggiù qualcuno è morto. Mah? Sarà...starei attenta però a tutti questi allarmismi. Saranno le solite voci di corridoio!

Sunday, September 19, 2004

Touch Down!

Un proverbio indiano dice che per conoscere una persona devi camminare nei suoi mocassini, mio padre aggiungeva che per giudicare una persona devi vederla mangiare a tavola. Io nel mio piccolo dico che devi anche vederne il comportamento al bar. Io e lei. Ci guardiamo da lontano come in quei duelli al sole, quelli che vedi nei film dove sparano tutto il tempo e vanno a cavallo. Cercando di non perderla, io dribblo due vecchie incartapecorite con la borsetta stretta in mano e lei inciampa in un guinzaglio di un cane abbandonato. Continuiamo a fissarci e intanto il bar s'avvicina. Con uno scatto da centista scarto due che fumano e che parlottano e infilo l'entrata del bar. Sono prima e lei seconda. Mi guadagno la cassa avanzando tra i tavolini stracolmi di gente che fa colazione. Ordino il caffè. Ma prendere un caffè al bar nelle ore di punta è più arduo che fare il record di aderenza migliorata battendo maiorca e jacquesmaiòl insieme. Il bancone di solito è occupato da frotte di gente che, incoscienti di quello che avviene alle loro spalle, continuano a chiacchierare del più e della roma finchè non han bevuto l'ultima goccia di cappuccino, spazzolato l'ultima briciola di cornetto e dato anche una sbirciatina nel piattino delle mance per vederne l'entità. Io mi incavolo al bar. Sempre. Primo perché sono una persona educata e invece vorrei essere un'ignorante di periferia di quelli che ti fucilano con un sguardo, che sbraitano, urlano, sgomitano e stanno sempre e comunque davanti. Secondo perché ho una voce esile esile e di solito il barista non mi sente anche perché sto ancora parcheggiata in quinta fila dietro a quelle vecchine sorde dai capelli azzurrini che mi spiegassero che ci fanno al bar alle otto e mezza, ai garagisti con la tuta da meccanico e le mani unte di grasso e dietro pure quelle quattro finte lavoratrici ministeriali che al bar ci pernottano pure e ci arrotondano la vita e il punto vita. C'è chi mi spintona di qua e chi di lá. E io non vedo altro che fauci spalancate e occhi goduriosi che gustano finte prelibatezze ignorando gli altri e ció che ne consegue. In quel momento li odio. Li odio tutti. E gli auguro che quelle leccornie gli vadano di traverso e che il cappuccino gli faccia salire cosí tanto i trigliceridi da rovinare loro e le loro prossime generazioni. Riflettendo sulla figura dei dietologi e sulla loro inutilitá in certi frangenti, noto che il barista mi ha degnato di uno sguardo. Urlo. Urlo anche se odio urlare e mi sento violentata in quel momento. Ma il barista notoriamente sordo e distratto non capisce. La gente incurante continua a spalancare fauci. A inghiottire cibo che sembra non mangi da un'eternitá. Guadagno metri come nel football americano. Tra gomitate riesco persino ad arrivare al bancone. Touch down! S'è fatta quasi la mezza. Che dici, ordino anche un panino?

Wednesday, September 15, 2004

Che ci faccio qui, disse quel tale.

Ho ricevuto delle e mail che mi dicono che scrivo poco. Clara insiste perché scriva qui sul blog. Anzi in questi giorni mi sta corteggiando alla grande con panini e cocacole perché io la nomini: ha infatti annunciato a "popolo e comune" di amatrice che c'è un blog aperto solo per lei con tutte le sue battute che poi in realtà son le mie.
Ma io sto in crisi. In crisi di parole. In crisi con me stessa e con il lavoro che faccio. In crisi con quello che sono. Sforzati, dicono. Come se si trattasse di mangiare dopo una grande inappetenza, come se si trattasse di salire su una scala pur soffrendo di vertigini, come se si trattasse di uscire a piedi con il temporale, i tuoni e i lampi. Non ho parole. E quelle che ho o che ho avuto mi sembrano inutili. Stupide. Vuote. Sterili. Non ho battute da fare. Non ho racconti finti o veri che siano. Non ho niente dentro e questo è quello che risuona e che rimbomba come un boato: non sentire niente. Non sentire niente per nessuno. Non sentire caldo, freddo, fame o sonno, gioia o dolore. Non avere sensazioni. Non avere speranze. Accettare la vita, così come viene. Non riconoscersi in nessun posto e non riconoscere nessun posto. Chi mi vede in foto, mi dice che sembro un'indiana. Se vado in tunisia mi chiamano araba. E se vado in sardegna mi scambiano per una sarda. Dicono che ho certi gesti di mio padre. Ma il carattere di mia madre. L'intelligenza di mia nonna. La mentalità manageriale di mio nonno. I difetti di mio zio. E la scaltrezza di chi non so bene. Mi guardo allo specchio e vedo tutti. Tutti dentro. Ma non vedo chi sono. Che voglio. Non vedo niente che un agglomerato di gente che mi affolla l'anima e mi tira da una parte e dall'altra. Chi sono io? Sono preda degli umori senza trovare una stabilità. Sono preda delle paure anche le più stupide. Delle angosce. Delle gelosie. Devo migliorarmi e vorrei migliorarmi ma più mi sforzo e più affondo nel baratro dell'essere comune. Uguale a tutti pur essendo diversa. Poi capita che mi stufo anche a leggermi così. E la finisco qui. Clara sarà delusa. I cittadini di amatrice pure. Se ne faranno una ragione. Come per tutto e per tutti.

Tuesday, September 07, 2004

Il giubbotto.

E chi ci avrebbe mai creduto. Ho imparato tardi a guidare la moto e tra l'altro non sono neanche 'sto grande pilota. Quando mi voglio prendere in giro dico che faccio le curve sul cavalletto. Mi piacciono le due ruote ma a dovuta distanza: sará colpa della luna in vergine che da buona pigra ama le comoditá e la sicurezza. Sto trattando in questi giorni sul prezzo di un giubbotto di pelle usato. Nuovo no, a causa delle finanze post vacanziere. Ne ho provato uno, l'altro giorno. La ragazza, gentile e molto fiduciosa, mi ha detto di indossarlo con la moto per vedere se aderiva bene. Lei chissá di quali prodezze ha pensato fossi capace. Ho indossato il giubbotto nero rosso e bianco con protezioni da vero bikers e ho acceso la moto che, ringalluzzita da tale magnificenza e probabilmente non riconoscendomi cosí bardata, s'è impennata tutta. Impaurita ma con molta dignitá ho girato di corsa la chiave per spegnerla. Mio dio! come si permette, ho detto tra me e me. Andare su una ruota, io che ho paura anche delle due ruote. Ho riprovato ad accendere con molta circospezione e tenendo il piede sul freno e la mano sulla frizione. S'è accesa senza impennate; ho provato ad ingranare la prima e a dare un gas leggero come se l'episodio di prima non m'avesse neanche toccato. Ho fatto un bel sorriso alla ragazza del giubbotto che mi guardava tutta speranzosa di vedere chissà cosa. Un rombo enorme e sinistro è uscito dal motore. Uno stridío di gomme e una partenza che allo starter del gran premio di occhenaim avrei lasciato dietro rossi, biaggi e anche maicol felps. Per fortuna che all'incrocio con la piazza non passava nessuno. Subito il motore è salito su di giri. Ho girato a destra verso il Palladium e ho toccato col ginocchio per terra tanto che mi son giocata i pantaloni buoni della prima comunione. In pochi secondi ero a cento, centodieci, centoventi, centotrenta sulla salita vicino l'ospedale. Ho pensato: vabbé, perlomeno il pronto soccorso è vicino. Poi ho chiuso gli occhi come se la cosa non mi riguardasse piú. Altra curva in discesa stavolta, altro ginocchio buono partito. La moto continuava ad andare come posseduta. Al primo giro della garbatella ho battuto tutti sul tempo e ho visto clara al bar sventolare qualcosa di simile a un paio di mutande a puá da uomo. Al secondo giro, ho preceduto una cinquecento rossa truccata e una bmw della polizia che inseguiva due extracomunitari neri su una vespa argentata. Al terzo giro si è formato un capannello di gente con le classiche trombette da stadio e con striscioni e cartelli che data la velocitá e la miopia non sono riuscita a leggere. Poi, all'angolo tra la piazza e il parrucchiere di roberta è finita la benzina. Appiedata e un po' sconvolta ho riportato la moto al suo posto. Mi sono tolta di corsa il giubbotto di pelle nero rosso e bianco con protezioni da vero bikers e l'ho restituito alla ragazza mettendole come scusa che con la velocitá si gonfia troppo. Credo che per quest'inverno potrei ritirar fuori dall'armadio quel vecchio spolverino grigio finto militare. Mi va un po' corto di braccia, ma almeno non m'ha mai fatto brutti scherzi!

Moglie e buoi dei paesi tuoi.

Gente strana quella che va in vacanza. O forse sono solo strana io. Siamo partiti in sei, quest'anno. Ho pensato che un po' di sano svago e di riposo mi avrebbero fatto bene. La casa era piuttosto isolata e fuori il paese, senza schiamazzi e molto tranquilla. Siamo arrivati tutti stanchi, quasi distrutti dal viaggio in moto quindi non ho badato al fatto che per la prima sera andassimo a letto quasi al tramonto. Ho dato la colpa alla stanchezza, mica ad altro. La prima mattina ho aperto gli occhi svegliata da un gran botto. S'era chiusa la porta del bagno vicino la mia camera. Ho guardato l'ora: le otto meno dieci. Credo di aver imprecato. Si, ho imprecato e di brutto. Prima ho pensato che qualcuno fosse andato semplicemente in bagno. Ma poi un odore di caffè m'ha invaso di colpo le narici e come il cane di Pavlov ho spalancato gli occhi cercando di capire chi maledetto s'aggirasse per la casa a quell'ora indecente. Esco dalla stanza e trovo la sorpresa. Erano tutti in piedi indaffarati e giá pronti in costume. Ero contenta di essere in vacanza, cosí la situazione non mi è pesata piú di tanto. O forse avevo solo la luna buona quella che calma anche le belve piú feroci. Parlavano tutti e tutti insieme: parlavano delle spiagge da visitare, del giro in barca da fare, parlavano di cibo per il pranzo, parlavano addirittura dei programmi per il giorno dopo e della cena per la sera e della spesa e del porceddu che va assolutamente assaggiato e della seadas che è buonissima col mirto. Ho fatto finta di niente, ho pensato che fossero solo entusiasti per quel viaggio cosí avventuroso. Il secondo giorno stessa storia. Rumore dello sciacquone alle sette e un quarto stavolta. Esco dalla stanza e c'era già chi preparava panini con avanzi di spezzatino della sera prima e l'insalata. Ho pensato alla pazzia criminale. Non la mia, naturalmente. Ho dato la colpa ai bioritmi e dentro di me ho scusato tutti dicendo che forse per ambientarsi ci vogliono un po' di giorni. Il quarto giorno erano le sei e mezza e c'era giá gente in piedi. Avevano preso i cornetti, che cari! Non li ho mangiati, ovviamente, visto che col primo rutto di caffè di solito mi vien su la cena della sera prima e se sono sfortunata anche il pranzo di due giorni prima. Il quinto giorno, un silenzio strano. Esco dalla stanza e rimango lí allibita e intontita con i miei calzoncini rossi da giocatore di basket e la maglietta bucata UsaforAfrica. Erano giá tutti pronti per la gita in barca, chi con le pinne, chi con la maschera per i fondali marini, chi con i braccioli e la ciambella perché non sa nuotare, chi con l'olio solare al cocco che di prima mattina non lo auguro neanche a bin laden. Ho pensato alla follia quella vera, non la mia neanche stavolta. Ho pensato che cerchiamo la pace tutto l'anno e poi facciamo di tutto per non trovarla. Ho pensato che sto invecchiando e che l'anno prossimo mi chiuderó su una montagna a fare il "romito" come dice Eduardo. Gente strana quella che va in vacanza. L'ultimo giorno ho messo la sveglia alle tre e cinque. Per non lasciare roba in frigo ho fatto una specie di frittata con tutto quello che c'era: otto uova vecchie, una cipolla tutta ingiallita che non odorava neanche più, tre funghi sciampignón, due ravanelli, tre olive con noccíolo e anche cinque wurstell di pollo. Ho pulito tutta casa e ho preparato le valigie di tutti. Per accontentare il mio marte in scorpione in cerca di vendetta immediata li ho svegliati alle quattro e tre quarti e siamo arrivati alla nave sette ore prima, che ancora albeggiava. Non vedevo l'ora di tornarmene a casa. Per riposarmi, ovviamente.

Thursday, August 19, 2004

Grazie Lisbeth!


Peccato per i fiori che appassiscono in luogo solitario senza che nessuno
ne abbia mai conosciuto colore e profumo.
Peccato per le perle che giacciono in fondo al mare e per i sentimenti
che la giovinezza dissipa.
Peccato per i sogni che si struggono nel tempo, per le offerte che
non sono gradite.
Peccato per i desideri che sono rimasti insoddisfatti, per i canti che non
hanno chi li ascolta.
Peccato per il coraggio che non giunge a un cimento.
Peccato per i cuori che non trovano sostegno.
A. Asnyk

A te
Mariemarion e a te Pupa offro questo bellissimo passo di Adam Asnyk poeta polacco del 1800 cantore del cosmo e del creato.

A settembre mi tocca tatuarmi un domatore.

Vado al mare e poiché è la prima volta cerco di andarci nelle prime ore del mattino visto che sono bianca immacolata e quasi catarifrangente. Mi spoglio e m'assale una leggera brezza che rende il caldo sopportabile, anzi quasi piacevole tanto che non m'accorgo che sto per cuocermi a puntino. Mi sdraio sull'asciugamano bianco che se non fosse per il costume rosa farei "pandant". Passa mezz'ora e sento una gran botta. Qualcosa m'aggredisce la gamba. Di soprassalto alzo lo sguardo e penso a un insetto, ma non vedo niente. Poi di nuovo uno scossone al polpaccio. M'alzo come una pazza e vedo il drago. Il drago che ho tatuato s'è ribellato alla calura. Mi scappa dalla gamba e mi tocca rincorrerlo per tutta la spiaggia. Con quello che è costato, non posso farmelo scappare. Che scena, mi hanno detto, sembravo rocky che rincorre la gallina. Sto correndo come una matta a destra e a sinistra e mi scappa anche la tigre dall'avambraccio. Dice che ci pensa lei a riprendere il drago. Giá immagino la scena del mio povero drago nelle fauci della tigre quando i delfini mi strattonano e mi tirano verso l'acqua. Cerco di correre in direzione opposta ma niente, quelli spingono sulla caviglia e debbo dire nell'acqua alta ho fatto la mia porca figura. Tra una pinnata e l'altra vedo che dalla spiaggia scappano tutti. Il drago sta sprigionando fiamme alte e rosse. La tigre sta attaccando un cane di un cieco che faceva il bagno. Anche i gechi di Escher che avevo sul collo del piede se ne sono andati: sono sotto un ombrellone con una coppia di svedesi e giocano a tresette vincendo pure tra l'altro. Intanto io continuo a delfinare come maicol felps. E sulla battigia c'è il putiferio: la tigre ha sbranato tre persone. Il bagnino ha chiamato i pompieri ché il mio drago ha bruciato tutti i capanni e una parte delle cabine. Riesco a calmare i delfini ed esco dall'acqua. Un dolore atroce mi colpisce la spalla. Il pegaso sta scalciando. Neanche poggio lo sguardo che quello mi sfugge. Con un gesto repentino lo blocco e gli monto in sella. Cavalco verso il drago e riacciuffo anche la tigre. Offro la rosa tatuata al drago che la brucia con una fiammata e placo i delfini. Richiamo all'ordine tutti i gechi e riesco anche a riprendermi la coccinella che s'era posata sulla spalla di un marocchino che vendeva bandane e ciddí. Chi manca all'appello? Il sole del polpaccio destro: lo ritrovo sotto l'ombrellone dell'ingegnere che fa compagnia al Sole24ore fresco di stampa. Riacciuffo pure quello. Preparo la sacca. Me ne vado piú di corsa che di fretta visto che giá mi vogliono far pagare tutti i danni. La sera li ho puniti tutti: a letto senza cena, ho detto loro con molta fermezza. Solo la tigre ha mangiato. Quella ancora mi intimorisce. Ma io non glielo dico.

Saturday, August 14, 2004

CSI scena del crimine. Puntata pilota.

Non so neanche che ora fosse. L'una le due le tre. Ho sentito un gran rumore fuori e aprendo gli occhi ho visto la mia camera illuminata a giorno da un faro. Eccoli, ho pensato tutta insonnolita. Gli extraterrestri sono venuti a predermi per farmi fare un giro nell'universo e nei suoi dintorni. Piombo giú dal letto e infilo due cose al volo nella sacca, quella buona dei viaggi importanti. Porto anche la macchinetta digitale: hai visto mai che posso vendermi le foto a novella duemila e diventarci pure famosa. Col fiatone e un po' di nostalgia apro la serranda. Luci stroboscopiche blu che volteggiano nell'aria m'accecano all'istante. Un faro è puntato sul mio palazzo e credo m'abbia fatto anche un rx al torace e alla dentatura tutta. Un sacco di gente é in pigiama. I ragazzini sono mezzi addormentati. Er marana é col pitbull cattivo al seguito. E mandingo con la maglietta nuova nuova della rizla. Rinsavisco e con tutta la razionalitá che si puó avere nel pieno della notte dopo essere stati svegliati di soprassalto capisco che gli extraterrestri avevano qualche altro impegno e che c'è ben altro nell'aria. Mi sporgo meglio e m'accorgo che due finestre piú in lá esce un fumo nero disgustoso e puzzolente. M'allarmo per un secondo. Penso che il palazzo possa esplodere da un momento all'altro. Ma la pigrizia di vestirmi mi blocca. Tanto ci sono i vigili del fuoco che hanno giá domato l'incendio. Guardo meglio e vedo un sacco di guardie con la pistola in mano. Gente spaventata. Tutti che parlottano. Uno che urla. Il matto, dicono. Era depresso, dice Anna la trasteverina. Ha dato fuoco a tutto. Ma l`hanno salvato. Cerco tra la folla di gente di vedere se c'é Grissom e la sua squadra che son venuti ad analizzare la scena del crimine. Niente. Solo un'autoambulanza che continua a far girare quella luce che illumina ora l'albero selvatico di pesche, ora la jeep del calabrese, ora l'abete mezzo sbilenco, ora la mia faccia affacciata alla finestra. Quando illumina me, sorrido e faccio ciao ciao con la manina. Forse c'è anche canale cinque e qualcuno potrebbe vedermi in televisione. Intanto le guardie immobilizzano l'incendiario dopo non so quanto tempo e quante urla. Lo sedano, credo. Lo portano via in barella. Poi l'autoambulanza con la sua luce blu se ne va via. A poco a poco s'allontanano tutti. Come allo stadio la domenica, come alla fine di un concerto, come dopo un pranzo di matrimonio. Ognuno con la sua versione da raccontare: chi ha chiamato per primo i pompieri. Chi ha visto per primo le fiamme. Chi è sceso per primo giú in strada. Chi ha aiutato le guardie nella cattura. Del depresso non parla nessuno. Come non se ne parlava prima, del resto.

Wednesday, August 11, 2004

Solo con tutti. C.B.

La carne copre le ossa
e ci mettono dentro
una mente e
qualche volta un'anima
e le donne spaccano
i vasi contro i muri
e gli uomini bevono troppo
e nessuno trova quello
giusto
ma continuano a cercare.

non c'è nessuna
possibilitá:
siamo tutti intrappolati
in un destino
singolare.

Nessuno trova mai
quello giusto.
gli immondezzai della cittá sono pieni
i robivecchi sono pieni
i manicomi sono pieni
gli ospedali pieni
i cimiteri pieni

nient'altro
si riempie.

Wednesday, August 04, 2004

Matrioska.

Compongo il numero. "Benvenuto nel nuovo servizio abbonati. Il servizio è disponibile dal lunedi al venerdi dalle 11 alle 13 e dalle 14 alle 19.30. Se è un cliente Tal de' Tali la chiamata è gratuita. Se è un cliente aziendale digiti 1, se chiama da rete fissa digiti 2, se è un cliente residenziale digiti 3 ".
Col cervello in fase di liquefazione come il sangue nell'ampolletta di San Gennaro, spingo 1 e attendo. Ricomincia la solfa: "Se desidera trasmetterci dei dati digiti 1, se desidera fare richiesta dati digiti 2, se desidera il dettaglio chiamate digiti 3, se desidera parlare con un operatore digiti 4".
Alla parola operatore, mi brillano gli occhi neanche alla vista di Padre Pio che fa il miracolo.
"Quella" ricomincia: "Se desidera sospendere il servizio, digiti 1; se desidera fissare un appuntamento digiti 2, se desidera altre informazioni digiti 3".
Completamente imbambolata sul da farsi, spingo il 3: "Se desidera parlare con un operatore per chiedere informazioni digiti 1, se desidera parlare con un operatore per invitarlo a cena digiti 2, se desidera parlare con un operatore per sfogarsi dei suoi problemi digiti 3, se desidera solo un operatore digiti 4".
Mi butto alla cieca e spingo 1: "Se è un cliente abbonato da più di tre anni digiti 1, se è un cliente che deve abbonarsi digiti 2, se è un cliente del dottor Galano digiti 3".
Facendo mente locale sul nome del mio medico di base, spingo 1 e attendo: "Se desidera avere un prestito a interessi zero da non restituire mai cambi spacciatore, se desidera fare tredici al lotto vada a Lourdes, se desidera andare in vacanza gratis a costi zero e senza passare dal via c'è un Cim poco lontano da casa sua".
Esterrefatta, metto giù la cornetta e impreco. Squilla il telefono e rispondo. E' l'operatore che mi invita a cena. Accetto. Ma paga lui.

Cronache dal di qui.

Siamo tutti più poveri quest'anno. La città ancora non s'è svuotata come al solito. Sarà per la luna in vergine che sta sempre lì a fare i conti della serva, ma mi sembra che siano ancora tutti ai loro posti di lavoro. Qui e in giro non ha ancora chiuso nessuno. Il raccordo, sera e mattina, è strapieno di macchine come nel resto dell'anno. A parte i politici tutti abbronzati e curati e i giocatori che affollano i bilionaire vari, mi chiedo chi sia andato già in ferie quest'anno. Vedo un sacco di gente che stringe la cinghia così forte che stenta a respirare. Ma Lui, malgrado gli sghignazzi del resto del mondo, ci dice che va tutto bene. Che siamo in ripresa. Che siamo ai livelli degli altri. Non mi sembra. Io sono ancora qui malgrado ieri sera fossi invitata al compleanno di Charlotte di Monaco. Clara è ancora aperta malgrado la cena dai Conti Vanzetti. Franco l'alimentari vende pane a file lunghissime di persone. Anche Pio il ciabattino è al suo posto di comando risuolando e ribattendo tacchi e suole. Non parliamo di Diego il fabbro che malgrado due bimbi sta ancora aspettando l'incentivo governativo sul secondo figliolo nato da poco. Ma Lui ci dice che va tutto bene. Che siamo in netta ripresa. Che siamo ai livelli degli altri. Le auto però affollano ancora tutti i parcheggi. L'università brulica di ragazzi. Via del corso è intasata come nei giorni natalizi e i negozianti sono tutti lì a sfruttare anche l'ultimo minuto per racimolare due lire in euro. Sono aperti solarium e centri estetici. Dai tiggì si vede Ostia piena di file chilometriche che neanche fosse la Costiera amalfitana. Ma Lui ci dice che va tutto bene. Che siamo in netta ripresa. Che siamo ai livelli degli altri. Accontentiamoci di quello che dice Lui. Forse parla della nostra ricchezza interiore. E poi non specifica bene chi siano gli altri ai cui livelli siamo in pari. Forse l'Argentina? Sarà, ma tutta 'sta gente che non parte alla fin fine fa pure compagnia. Ci ritroviamo tutti al bar a sognare terre lontane e a lamentarci del governo ladro, dell'iva e dell'inps e che l'euro ci ha rovinati a tutti e che il Lupo l'hanno ammazzato come un cane e che a Cogne c'è un matto in pigiama taglia extra-small che ammazza bambini per dar la colpa alla Franzoni. Ma tanto Lui ci dice che va tutto bene. Che siamo in netta ripresa. Che siamo ai livelli degli altri. E noi facciam finta di credergli tra una risata e l'altra, una stretta di cinghia e una pacca sulla spalla. Siamo ricchi dentro, noi. Chissà che non ci tassino pure lì!

Monday, August 02, 2004

Ritratto di famiglia.

E' caduto un passerotto dall'albero, ieri mattina. L'ho visto là tutto solo nella radura in preda a quei gattacci randagi che scartano il salame e la mortadella ma adorano uccelli e merli. Son scesa quasi in mutande stravolta e con le cioce che quasi inciampavo. Per difenderlo da me s'è fatta sotto tutta la famiglia dei suoi parenti al gran completo: padre con ringhio fischiettante, madre dal piumaggio argentato, lo zio cieco e la nonna che viene da una famiglia di passeri per bene. Ma io non volevo fargli del male, ho cercato di spiegar loro. L'ho portato a casa. Mi guardava con quel certo non so che. Chissà che voleva. Fermo non ci stava così l'ho messo in una scatola. Non si fermava neanche lì: eppure era una scatola Nike, mica cotica. Certo è che sull'albero di fronte alle mie finestre non ce lo potevo rimettere. Non sapendo che fare l'ho adagiato su un vaso di citronella contro le zanzare sul davanzale. Sono andata a mettermi le scarpe e i calzoni chè avevo paura si sarebbe buttato di nuovo di sotto. Non mi andava si scendere ancora in desabiglè! Son tornata in cucina e ho fatto un balzo degno di carl lewis prima maniera. Tutti i passeri del vicinato avevano invaso la casa. Lo zio cieco si stava facendo due uova in cucina. Al bacon, mi ha detto. Soffre d'anemia. La madre, scocciata, mi ha fischiettato qualcosa non so in che lingua. Per rispetto li ho lasciati soli. Per tutto il pomeriggio son dovuta stare relegata in camera. Ho letto quasi tutto bukowski e già che c'ero ho scritto le mie memorie. Ho stirato sette camicie. E ho lavato anche il bagno. Distrutta mi sono diretta in cucina verso le otto per prepararmi un boccone. Loro avevano già apparecchiato. Il piccoletto era sul suo seggiolone. La nonna cuciva non so che tutina di lana. Lo zio cieco era sempre alle prese con le sue due uova. Al bacon. Svolazzavano per tutta casa. Liberi come se fossero in cielo aperto. Mi sono sentita di troppo. Sono uscita. E li ho sentiti sghignazzare felici appena chiusa la porta. Ho girato tutta roma più volte. Chissà a che ora dormono i passeri, mi son detta. Verso le due, stravolta e senza cena, ho messo la chiave nella toppa. Silenzio. Entro e vengo invasa da un odore di sigaro cubano. In salone c'erano dieci passerotti, cinque intorno al tavolo che giocavano a poker. Lo zio cieco stava vincendo. Mi sono unita a loro. La posta era abbastanza alta. La nonna, grande giocatrice, ha rilanciato. Non avevo granchè, in mano. Cip, ho detto io. Ho perso. Ma lo zio cieco barava. Credo.